“Referendum” Fassino: «L’astensione è un trucco»

06/06/2005
    domenica 5 giugno 2005

    Intervista a cura di
    Ninni Andriolo

    Fassino: «L’astensione è un trucco»

      Piero Fassino rilancia le ragioni del sì al referendum. E, a proposito della Federazione, chiede a Rutelli se ritenga ancora valido il progetto ulivista. Se la Margherita non cambia posizione sul listone si trovi «un’intesa ragionevole» che consenta di proseguire sulla strada dell’unità «nel rispetto delle decisioni di ognuno».

      Segretario iniziamo dal referendum. Il fronte del non voto è variegato, trasversale agli schieramenti…

        L’astensione è un trucco. Un modo per sabotare il referendum e per chiedere di votare no senza dirlo. Rispetto le posizioni di chi sceglie di astenersi. Dopodiché, però, non posso non considerare che il non voto non rappresenta una dimostrazione di forza. Se coloro che vogliono difendere questa legge sono certi delle loro buone ragioni perché non chiedono ai cittadini di votare no? Se non lo fanno, evidentemente, sono consapevoli che chiedere un voto per difendere la legge così com’è risulterebbe impopolare

        Se vincesse il sì il Parlamento dovrebbe tornare sull’argomento…

          Certo. Perché bisognerebbe fare nuove norme su quei quattro punti sottoposti a referendum. Ma questo avverrà solo se scatterà il quorum e vinceranno i “si”. In caso contrario è facile prevedere che la legge rimarrà brutta come è oggi. Siamo al referendum perché in Parlamento non è stato possibile fare una buona legge. Manca una settimana al voto. Dobbiamo rendere chiara agli elettori l’importanza di questa consultazione, l’importanza di recarsi alle urne e votare quattro sì.

            E se non scattasse il quorum?

              La legge rimarrebbe così com’è con tutti i suoi limiti e le sue storture perché sarebbe molto più difficile modificarla.

              Ma è una legge che appassiona così tanta gente quella sulla procreazione?

                Attenzione a credere che la materia riguardi poche persone. Il 20% delle coppie ha problemi di infertilità. Negli ultimi decenni sono stati moltissimi coloro che hanno potuto avere un figlio grazie alla fecondazione assistita. Non si tratta, quindi, di un tema elitario ed è necessario che ci sia una buona legge. Quella voluta dal centrodestra è inadeguata. In Parlamento avevamo proposto emendamenti per migliorarla, ma la maggioranza si è sottratta a qualunque confronto e si è blindata nell’autosufficienza dei numeri. Per questo siamo stati costretti a ricorrere al referendum».

                  Una risposta a Rutelli che accusa i Ds di aver compiuto scelte unilaterali?

                    Anche. Naturalmente Rutelli ha diritto a manifestare la sua convinzione. Gli si può chiedere, però, di essere meno aggressivo e meno brutale nel motivare le sue posizioni. Dire che se vincono i sì succede “un macello” è un modo non corretto di affrontare materie delicate come queste. La scelta di Rutelli va rispettata, ma è giusto chiedere a Rutelli di avere uguale rispetto per le posizioni diverse dalle sue. Ed è significativo che esponenti del centrodestra, come Fini, Martino, Prestigiacomo, Biondi, Cicchitto e altri, abbiano dichiarato che andranno a votare e voteranno sì. Non si tratta, infatti, di uno scontro tra centrosinistra e centrodestra. Nel centrosinistra andranno alle urne – oltre a tanti elettori ds, sdi, repubblicani, verdi, del Pdci e di Rifondazione – anche esponenti della Margherita come Gentiloni, Realacci, Franceschini, Bindi. È sbagliato, poi, parlare di questo referendum in termini di contrapposizione tra credenti e non credenti…

                      La Cei è scesa in campo in grande stile però…

                        Rispettiamo la posizione della Chiesa. È naturale che su un tema delicato come la trasmissione della vita abbia un suo punto di vista e lo espliciti. Non tutti i credenti si asterranno o voteranno no, però. Basti ricordare Don Franzoni. Monsignor Favale, vescovo emerito di Foggia, ha dichiarato che su queste materie non c’è un vincolo dogmatico per i credenti. È bene, tra l’altro, mantenere una distinzione tra un credo religioso e la funzione dello Stato, che ha il dovere di tenere conto di ogni opinione ma non può mai identificarsi con una fede, un’ideologia, un’etica. Il suo compito è garantire che ogni cittadino possa compiere le proprie scelte di vita nella libertà e nella responsabilità.

                        C’è chi sostiene che senza quella legge prevarrebbe il Far west e si arriverebbe “alla selezione dei figli”…

                          Intanto non c’è mai stato nessun Far west perché da anni operano centri medici specializzati di alta qualità e professionalità, come quelli di Viareggio e Cagliari, che hanno consentito a molte coppie di ricorrere alla fecondazione assistita senza andare all’estero. Quanto alla “selezione dei figli” siamo alla caricatura, alla rappresentazione della fecondazione assistita come mezzo per decidere il colore degli occhi e dei capelli o l’altezza. Sono stupidaggini insolenti e offensive. Sottoporsi a una procedura di fecondazione assistita è una decisione difficile per una donna che comporta sofferenze fisiche e psichiche. Se una coppia decide di ricorrervi è perché vuole compiere un atto d’amore mettendo al mondo un figlio. Noi vogliamo migliorare la legge. Chiediamo quattro si per un atto d’amore in più.

                            Quattro sì per la vita, avete detto…

                              Lo slogan riassume il nostro punto di vista. Quattro sì: per far nascere più bambini, per farli nascere meglio e più sani; perché le donne possano partorirli in condizione di sicurezza per la loro salute; perché possa svilupparsi la ricerca per debellare malattie come l’Alzheimer, il Parkinson e i tumori. Nell’attuale legge, ad esempio, è vietato ricorrere alla fecondazione assistita per le coppie fertili in cui uno dei due partner, o tutti e due, soffrano di malattie ereditariamente trasmissibili. Noi chiediamo che questo divieto venga tolto. A proposito delle modalità con cui viene realizzata la fecondazione assistita, poi, la legge stabilisce un unico modo, uguale per tutte le donne. È evidente, invece, che bisogna considerare le condizioni fisiche, psichiche e l’età di ogni singola donna. Chiediamo una legge più flessibile, quindi, che affidi al medico la scelta delle modalità più adeguate alla paziente».

                                Uno dei punti controversi riguarda l’utilizzazione degli embrioni per la ricerca..

                                  È materia del terzo quesito referendario: la possibilità di usare a fini scientifici gli embrioni che non vengono utilizzati per la fecondazione. Il rischio è che quelli in soprannumero vengano semplicemente buttati via. Metterli a disposizione della ricerca sulle staminali, al contrario, consentirebbe di studiare i rimedi per malattie incurabili.

                                    E sull’eterologa?

                                      Chiediamo che venga tolto il divieto alla fecondazione eterologa fatta con l’apporto di un terzo donatore esterno. Vi si deve ricorrere, naturalmente, in caso di sterilità assoluta di uno dei due partner. Si tratta di una decisione delicata e bisogna stabilire regole precise. Ma è giusto che se ne preveda la possibilità. I quesiti al centro del referendum, come si vede, migliorerebbero la legge. Per questo chiediamo agli elettori di andare a votare. Si può votare in tre modi: “sì” se si è convinti, come noi sosteniamo, che si debba migliorare la legge o “no” se si è convinti che le attuali norme vadano mantenute. È del tutto legittimo, poi, avere dubbi e manifestare la propria incertezza attraverso la scheda bianca. Chi propone l’astensione, invece, chiede di votare no senza avere il coraggio di dirlo.

                                        Il centrosinistra è diviso sul referendum, ma anche su altro. È vero che i Ds non hanno preso bene la lettera cretese di Prodi?

                                          Ho interpretato quella lettera come un contributo al confronto. Un tentativo di rispondere all’ansia di tanti elettori di fronte alle discussioni aspre che si sono aperte tra noi in queste settimane. È compito di tutti i dirigenti dell’Unione, a cominciare da quelli che hanno le maggiori responsabilità – Prodi, Rutelli, Boselli, Fassino – lasciare alle spalle polemiche e divisioni per riprendere un cammino unitario. In questi anni abbiamo ricostruito il centrosinistra. Con l’Unione abbiamo vinto le regioni e con quello stesso simbolo ci presenteremo in tutti i collegi maggioritari nel 2006. Con la Fabbrica abbiamo avviato l’elaborazione di un programma di governo capace di rimettere in moto l’Italia. Tutti abbiamo voluto Prodi con convinzione e determinazione scegliendolo come leader. Oggi non possiamo smarrire nemmeno per un istante il valore e il senso di quella scelta che, semmai, dobbiamo rafforzare.

                                            Con le primarie?

                                              Prodi le aveva proposte, poi le regionali ci avevano fatto pensare che le vere primarie fossero costituite da quel successo. Io continuo a ritenere che l’enorme quantità di voti che gli italiani ci hanno dato sia la più grande investitura che si possa dare a Prodi. Tuttavia, se Prodi ritenesse che possano essere utili le primarie non verrà dai Ds alcun ostacolo. L’importante è che servano a unire e non a dividere.

                                              Il tema controverso, però, è quello della lista più o meno unitaria per il 2006…

                                                Il progetto della Federazione ha raccolto il consenso degli elettori alle europee e alle regionali. L’Ulivo è il simbolo della nostra unità. Intorno a quel simbolo si è raccolta una grande quantità di cittadini. Questo dato rappresenta uno dei punti di forza da cui partire per affrontare la discussione delle prossime settimane e arrivare a una soluzione condivisa.

                                                La Margherita andrà alle politiche con il proprio simbolo. Perché Rutelli sceglie questa strada?

                                                  Ci sono molte interpretazioni, ma io non corro dietro ai sospetti e sto a quello che dichiara Rutelli. E, cioè, che la Margherita avrebbe maggiori possibilità di intercettare l’elettorato in libera uscita dal centrodestra se si presenta con il proprio simbolo. Tesi del tutto legittima, anche se io continuo a ritenere che la lista unitaria dell’Ulivo avrebbe un’attrattiva maggiore su quell’elettorato. Discutiamo, tuttavia…

                                                  Per far cambiare idea a Rutelli e Marini?

                                                    Non si tratta di forzare nessuno. Il problema non è soltanto quello di capire come ci presenteremo alle elezioni del 2006. In questi tre anni, infatti, Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani hanno accolto l’appello di Prodi e hanno dato avvio a un processo per la costruzione della Federazione dell’Ulivo come motore riformista dell’Unione. Questo progetto è ancora valido o no? Questo è l’interrogativo che poniamo alla Margherita. Perché se è valido si tratta di discutere i tempi e i modi con cui procedere. Alcuni esponenti della Margherita sostengono che il vero banco di prova sarà la legislatura 2006-2011, una volta vinte le elezioni. Perché, se avremo responsabilità di governo sarà ancora più necessario un forte timone riformista dell’alleanza. Io non mi rifiuto di discutere questa tesi, purché sia chiaro l’obiettivo e il percorso. Trovando un’intesa sulla meta da raggiungere possiamo giungere a un punto ragionevole di compromesso sul 2006.

                                                    Se il listone non dovesse decollare i Ds andrebbero alle politiche con il proprio simbolo ocon una lista ulivista con chi ci sta, come chiede Prodi?

                                                      Io, naturalmente, preferirei far vivere il progetto della Fed anche riproponendo la Lista unitaria nel 2006. Queste scelte, tuttavia, non si impongono. E se la Margherita non cambia la sua posizione dobbiamo trovare un’intesa che ci consenta di proseguire insieme il progetto ulivista, pur nel rispetto delle decisione di ognuno. Ci possono essere più ipotesi, compresa quella delle liste dei partito. Purché la scelta che faremo sia condivisa e stia dentro un percorso che non rinuncia all’unità e all’obiettivo del soggetto riformista. Diverso sarebbe, invece, se nella Margherita fosse maturata l’idea che l’esperienza ulivista si sia esaurita e che spetta alla sola Dl dare una guida riformista all’Unione. Noi chiediamo a Rutelli di essere esplicito e di rendere evidente quali siano le sue scelte. Abbiamo il compito di rispondere alle ansie di tanta gente che non ci perdonerebbe se mancassimo l’appuntamento del 2006. Dobbiamo dare una guida nuova a un Paese che rischia il collasso. Dobbiamo vincere e io voglio vincere.