“Referendum” Dov´è finito il cattolico disobbediente (G.Lerner)

06/06/2005
    giovedì 2 giugno 2005

    Pagina 1 e 18 – Commenti

      LE IDEE

      Dov´è finito il cattolico disobbediente

        Gad Lerner

          È TUTTA un´altra faccenda, d´accordo. La pretesa di stabilire per legge l´indissolubilità del matrimonio non è comparabile, sul piano etico, al divieto di manipolare embrioni considerati già persone (anche se nessuno ha risposto alla domanda di Franzo Grande Stevens: ma allora perché il diritto canonico non ne prevede il battesimo?).

          Con tutte le debite distinzioni, però, fa ugualmente impressione volgere lo sguardo all´Italia cattolica di 31 anni or sono, l´Italia del 1974 messa sottosopra dal referendum sul divorzio voluto dalla Cei e dalla Democrazia cristiana di Amintore Fanfani per abrogare la legge Fortuna-Baslini entrata in vigore nel 1971. Quel referendum che Enrico Berlinguer era sicuro di perdere; quando un dirigente comunista come Fernando Di Giulio, mettendo le mani avanti, sentiva il bisogno di rassicurare il lavoratore per il quale «non vi era stato, né mai vi sarebbe stato un problema di divorzio». Quella vittoria schiacciante del 12 maggio 1974, col 59,3% di no all´abrogazione del divorzio, che Pier Paolo Pasolini liquidava malinconicamente come metamorfosi antropologica dei ceti medi: non «una vittoria del laicismo, del progressismo, della democrazia, niente affatto». Ma piuttosto l´affermazione «dell´ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano… un vuoto che attende di essere colmato da una completa borghesizzazione».

          Adesso la Conferenza dei vescovi italiani è di nuovo impegnata, come e più di allora, in una campagna referendaria, consegnando ai cattolici un´indicazione, stavolta astensionistica, più che mai vincolante.
          Come ha dichiarato il Prefetto emerito del Tribunale della Segnatura apostolica, cardinale Francesco Pompedda: «Non aderire all´invito di astenersi non è passibile di scomunica: ma il cattolico deve sentire la voce di prudenza del suo vescovo e, se non l´ascolta, compie una grave e imprudente disobbedienza». Proprio così, disobbedienza. Un´ingiunzione che potrebbe avere avuto un peso in talune dichiarazioni astensioniste: da quella del vecchio clericale Giulio Andreotti, che in precedenza si era detto intenzionato a votare; a quella del giovane cattolico ulivista Enrico Letta.

          Fatto sta che sulla materia del contendere – procreazione assistita, manipolazione degli embrioni – e sulla indicazione di boicottaggio del referendum, dalla galassia cattolica italiana non giunge certo l´eco di discussioni appassionate, prevalendo semmai disciplina frammista a un diffuso torpore. Imbarazzante diviene così il paragone col tumultuoso, appassionato dibattito che scuoteva le associazioni cattoliche e le parrocchie in quel fatidico 1974. Altro che la calma piatta nelle Acli, nella Cisl, nell´Azione cattolica del 2005! Per un poderoso Davide Maria Turoldo, predicatore della chiesa ambrosiana di San Carlo, all´epoca schierato sul fronte del "no", oggi trovi al massimo un don Gino Rigoldi che dalla periferia milanese osa dichiarare: il 12 giugno andrò a votare.

          Né sapremmo indicare il corrispettivo del drammatico dissenso costato all´abate Giovanni Franzoni, superiore della Basilica di San Paolo, e dunque equiparabile a un vescovo, la sospensione a divinis.
          D´accordo, erano trascorsi appena nove anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Ma quelle 92 firme in calce all´appello dei cattolici per il "no", pubblicato il 17 febbraio 1974, rivolto «a tutti i democratici di fede cristiana, affinché rifiutino col loro voto la proposta abrogazionista», indicavano un fermento e una vitalità oggi purtroppo impensabile. Non era solo l´eccentrica protesta di una suora come Marisa Galli, approdata nelle file radicali. C´erano personalità di grande rilievo ecclesiale, il fior fiore del sindacalismo e dell´associazionismo di base, a ben cercare c´erano più o meno tutti quei giovanotti che da Pietro Scoppola a Arturo Parisi, da Tiziano Treu ai fratelli Prodi, vent´anni dopo avrebbero progettato l´esperienza politica e culturale dell´Ulivo. Insieme ad alcuni padri nobili come Pasquale Saraceno, Raniero La Valle, i fucini Alberto e Gianni Toniolo. E poi giornalisti come Guglielmo Zucconi, Mario Pastore, Nuccio Fava, Sandro Magister. Compatto il laboratorio bolognese de "Il Mulino", da Ezio Raimondi a Luigi Pedrazzi, fino ai fratelli Valerio e Fabrizio Onida. Ma se l´appello fu avvertito come uno scricchiolio sinistro nelle curie vescovili, lo si deve soprattutto alla presenza fra i firmatari di intellettuali moderati, da sempre riferimento diretto dei monsignori, stavolta invece pronti a una scelta lacerante: gente come il bresciano Stefano Minelli, direttore della Morcelliana, il bolognese Giuseppe Alberigo, il genovese Nando Fabro, direttore della rivista "il Gallo", Ettore Passerin d´Entreves, Paolo Brezzi, Giorgio Battistacci.

          Sul fronte antidivorzista, al fianco di Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Gabrio Lombardi, la Cei era riuscita a schierare solo una personalità del progressismo cattolico come Giorgio La Pira. Nessun altro.

          Neanche da dire che i dissidenti potessero giocare di sponda con un qualche sostegno politico nel Palazzo: Ermanno Gorrieri notava con stupore e amarezza come la sinistra democristiana avesse fornito unanime i suoi voti, nella direzione di piazza del Gesù, alla temeraria crociata di Fanfani.

          Nonostante ciò, fiorirono le prese di posizione autonome dei cristiani più impegnati sul fronte del lavoro e della giustizia sociale: dirigenti della Cisl come Luigi Macario, Pierre Carniti, Franco Bentivogli, Sandro Antoniazzi, Cesare Del Piano, Alberto Tridente, Mario Colombo, Eraldo Crea; e ovviamente gli aclisti Geo Brenna, Lorenzo Cantù, Emilio Gabaglio. «Da cristiano ho imparato una cosa fondamentale: la fede non si impone ma si testimonia», scriveva quest´ultimo. E citava la Dignitatis humanae, cioè la dichiarazione del Concilio sulla libertà religiosa: «L´esercizio della religione, per sua natura, consiste in atti interni e liberi, i quali non possono essere comandati né proibiti da un´autorità puramente umana».

          Per concludere, sempre Emilio Gabaglio: «Non esiste un modello cristiano di scuola, di sindacato, di partito, di civiltà, non esiste un modello cristiano di famiglia». Da formidabile comiziante, Pierre Carniti aggiungeva: «Altro che divorzio, l´unità della famiglia è minacciata dal lavoro a turno».

          Qualcuno riesce a immaginarsi prese di posizione altrettanto vigorose dentro alla Cisl di Savino Pezzotta o dentro le Acli di Luigi Bobba? Beato chi si accontenti di rispondere: meglio così, vuol dire che oggi i cattolici italiani sono uniti e compatti, tranne poche eccezioni, sulla linea del cardinale Camillo Ruini. È vero, le liste di sacerdoti che andranno a votare pubblicate dall´agenzia Adista risultano striminzite. Così come l´analogo proposito manifestato da un solo vescovo pugliese. Ma neppure si potrà sostenere che nelle parrocchie si mobiliti una campagna appassionata per l´astensione, o che al protagonismo giornalistico militante dell´"Avvenire" corrisponda un clima di partecipazione appassionata. La stessa scelta di avvalersi dell´arma dell´indifferenza diffusa – cumulando la propria astensione con quella dei menefreghisti – testimonia di una realtà tale che dovrebbe indurre lo stesso cardinale Ruini a evocare con rimpianto la realtà effervescente del 1974. Non solo da allora ha fatto passi da gigante la secolarizzazione, non solo si è ridotto il numero delle diocesi e delle parrocchie, ma è proprio la vitalità del cattolicesimo italiano ad apparire cloroformizzata.

          La disciplina (solo in apparenza) prevalente nel 2005, si traduce in una ben magra consolazione. Rispetto al 1974 i cattolici manifesteranno probabilmente la stessa libertà di scelta, solo discutendone in pubblico molto meno di allora. Non una Chiesa obbediente, semmai una Chiesa spenta dove non accade nulla di drammatico.

          Pacificate, in superficie, appaiono le associazioni ecclesiali. Ma anche molto più vuote. Certo al consiglio nazionale dell´Azione cattolica non accade più come nel 1974 di vedersi costretto a ritirare un documento critico sul referendum, per decisione inappellabile della Cei. Ma lo stesso fronte dei vescovi appare sì meno diviso – lo sarà davvero? – eppure meno aderente alle contraddizioni del popolo dei credenti. Dov´è mai quel cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, che il 12 marzo 1974 esprimeva rispetto per i cattolici anti-abrogazionisti, negando che le differenze d´opinione potessero ledere la comunione ecclesiale? E quell´altro arcivescovo di Ravenna, Salvatore Baldassarri, che l´anno successivo verrà rimosso anche per le sue critiche al referendum? E quei venticinque parroci romani che il 21 febbraio 1974 dichiaravano: «Ci sembra pastoralmente scorretto e nocivo alla Chiesa prendere parte per l´una e per l´altra soluzione del quesito proposto». Da buoni profeti, mettendo le mani avanti sul futuro: «L´esito del referendum non dovrà essere preso come giudizio statistico su battezzati ubbidienti o disubbidienti alla Chiesa, né come vittoria o sconfitta della tradizione cattolica italiana».

          Trentuno anni dopo sarà pure tornato il tempo dell´obbedienza, come indica il cardinale Pompedda (votare sarebbe «grave e imprudente disobbedienza»), ma appare un tempo più sordo, un tempo di sconfitta spirituale.