“Referendum” D’Alema: i vescovi pensino ai valori e non ai «trucchi»

01/06/2005
    mercoledì 1 giugno 2005

    IL PRESIDENTE DELLA QUERCIA SUL REFERENDUM

      D’Alema: i vescovi
      pensino ai valori
      e non ai «trucchi»

        L’appello a disertare le urne un errore: così una minoranza
        vuole imporre la propria idea sfruttando il 25% di indifferenti

        intervista
        Umberto La Rocca

          ROMA
          SEDUTO nel suo studio alla Fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema lancia di tanto in tanto un’occhiata allo schermo del computer sul quale passano le agenzie di stampa. E le notizie che ne ricava non sono buone. In Iraq sono morti altri quattro soldati italiani. «E così – commenta il leader dei Democratici di sinistra – il totale sale a trentadue. Trentadue vite spezzate da una tragedia senza senso e della quale non si vede la fine». A Roma, invece, il Governatore della Banca d’Italia snocciola cifre assai poco rassicuranti sulla impasse della nostra economia. Da tutta Europa rimbalzano commenti preoccupati sul risultato del referendum francese e sulle possibili conseguenze per il processo di integrazione continentale. E per finire, dal cortile del centrosinistra, Ciriaco De Mita accusa D’Alema di manipolare Prodi. «Di quello che ha detto De Mita ho capito soltanto gli insulti. Mi insulta lui e mi insulta Marini… Mah, restiamo in attesa di risposte politiche comprensibili».

          Presidente, lasciamo stare l’Irpinia e guardiamo alla Francia. Il «no» di Parigi alla Costituzione europea è stato un brutto colpo. Come se ne esce?

          «Io credo che il modo migliore di affrontare questa crisi sia quello di andare avanti con le ratifiche della Costituzione da parte dei singoli Stati, così come prevede l’allegato 30 al Trattato. Saranno poi i Paesi che avranno ratificato il Trattato a decidere come proseguire sulla strada dell’unificazione. Si potrebbe pensare a rilanciare un processo di cooperazioni rafforzate, che abbiano due centri: l’economia e la politica estera. I Paesi fondatori potrebbero rappresentare il nucleo presente nelle diverse forme di cooperazione rafforzata e in questo modo si potrebbe recuperare anche la Francia. Naturalmente ci vorrà tempo, una classe dirigente e una strategia, ma per me è chiaro che l’Europa è un dato irreversibile, che indietro non si torna. A condizione, naturalmente, che si sappia dare una risposta alle cause che sono all’origine della vittoria del “No” nel referendum francese».

          Quali sono queste cause?

            «Nel “No” confluiscono tante motivazioni diverse. Sono stato di recente in Francia e l’ho potuto constatare con i miei occhi: da una parte c’è il vecchio sindacalista convinto che l’Europa liberista metta in discussione i diritti consolidati e la centralità del “service publique”; dall’altra, chi teme l’allargamento, l’ingresso della Turchia, la concorrenza della manodopera dei nuovi Paesi membri e lo smarrirsi dell’identità cristiana. Insomma, alla vittoria del “No” concorrono motivazioni tanto “di sinistra”, in senso classico, quanto “di destra”. Il loro comune denominatore è la paura che l’Europa eroda la protezione assicurata finora dagli Stati nazionali».

            Paura che si sta rivelando più radicata e diffusa del previsto e che sarà difficile dissolvere…

              «Difficile ma tutt’altro che impossibile. Perché, in fondo, il bisogno che esprimono queste ansie è quello di una politica forte. Un bisogno al quale l’Europa non è stata capace di rispondere, perché ha cominciato ad erodere il potere degli Stati senza sostituirlo con una nuova dimensione politica ma soltanto con un surrogato burocratico-amministrativo. E’ evidente perciò che, se non si vuole tornare indietro agli Stati-nazione e abbandonare il progetto dell’Unione, la risposta alla crisi deve consistere in un rilancio dell’integrazione politica. Non dobbiamo offrire meno Europa, ma più Europa».

              Da quel che dice, sembra che le critiche della destra all’Europa dei burocrati e dei tecnocrati abbiano un fondamento…

                «Non vedo come possano avanzare critiche di sorta, visto che proprio su certa destra pesa buona parte della responsabilità della debolezza politica dell’Unione. I limiti del processo di unificazione europea nascono dalle resistenze nazionalistiche, ma anche da una concezione esclusivamente mercantile, monetaristica, intergovernativa e non comunitaria dell’Europa, ampiamente diffusa nella cultura di destra».

                Per il centrodestra italiano però, è Prodi il simbolo della tecnocrazia di Bruxelles.

                  «Basta guardare le proposte della Commissione guidata da Prodi per accorgersi che è vero il contrario. Prodi ha cercato di rafforzare la dimensione politica e comunitaria dell’Unione e, se i suoi suggerimenti fossero stati accolti, la Costituzione europea sarebbe stata più solida e forse non sarebbe andata incontro alla bocciatura francese. Quelle proposte non avrebbero sconfitto le obiezioni nazionalistiche, ma avrebbero certamente dato risposta a tutti quelli che giudicano il grado di integrazione insufficiente. E la Costituzione non sarebbe rimasta a metà del guado, bersagliata da entrambe le rive, cosa che è avvenuta nel referendum di domenica scorsa».

                  Non teme che il no all’Europa, o meglio a questa Europa, possa diventare un’arma nelle mani del centrodestra italiano durante la campagna elettorale per le Politiche del 2006?

                    «Sono certo che l’Europa sarà un terreno di scontro in campagna elettorale e che una classe dirigente irresponsabile e alla ricerca di una capro espiatorio per mascherare il proprio fallimento politico tenterà di utilizzare argomenti populisti per risalire la china. Ma mi chiedo: qual è lo sbocco di una propaganda di questo genere? Vogliamo davvero tornare alla lira? Riprendere a creare allegramente debito pubblico? Non scherziamo. Questo non sarebbe un progetto politico, ma demagogia senza costrutto. E non servirebbe perché il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è andato via via perdendo tutta la propria credibilità. Poche settimane fa ha annunciato che in un anno avrebbe ridotto il debito al di sotto del 100 per cento. Oggi è evidente a tutti che si trattava di una barzelletta. In qualunque Paese civile del mondo sarebbe stato inchiodato alle sue responsabilità. In Italia non è accaduto, ma la sostanza non cambia».

                    Da un referendum all’altro. Come giudica l’intervento del Papa nella campagna per l’astensione sulla procreazione assistita?

                      «Non voglio entrare nel merito o interpretare quel che ha detto il Pontefice che comunque ha usato toni diversi da quelli del cardinal Ruini. L’appello della Cei per l’astensione è senz’altro lecito, ma io lo ritengo un errore. Perché l’astensione da parte di chi vuole difendere una legge è un trucco, un trucco attraverso il quale una minoranza pretende di imporre il proprio punto di vista sfruttando quel venticinque o trenta per cento di italiani che regolarmente non va a votare. La Chiesa ha il diritto e il dovere di proporre i suoi valori e di offrire il suo insegnamento morale, che io rispetto, ma in questo caso rischia di associarsi a chi ricorre a trucchi elettorali».

                      «Trucchi» difesi però anche da alte cariche istituzionali, dal presidente del Senato per esempio…

                        «E’ una posizione che infatti ho trovato sconcertante. Dubito che pronunciarsi a favore dell’astensione sia il modo migliore di difendere il lavoro del Parlamento. Perché se si vuole difendere una legge, si va a votare e si vota “No”, come facemmo noi nel ‘74 per il divorzio, e in questo modo si afferma una reale volontà politica, si segna un punto di svolta di fronte al quale ci si deve inchinare. Se invece si ricorre alla furbizia, il responso delle urne non ha alcun effetto vincolante, le cose restano come stanno e chi è convinto della necessità di modificare o abrogare la legge in discussione è legittimato a proseguire nella sua battaglia».

                        Però l’appello per l’astensione ha fatto breccia anche nel centrosinistra…

                          «E’ negativo e grave che ciò sia avvenuto, un passo indietro rispetto alla concezione laica dello Stato che è stata propria dei cattolici democratici e della stessa Democrazia cristiana. Ho molti dubbi che di fronte alla Dc i vescovi avrebbero potuto lanciare senza contraccolpi il loro appello all’astensione».

                          I Democratici di sinistra, ma anche esponenti politici del centrodestra come Fini e Follini, hanno preso una posizione netta sui quesiti referendari. Come giudica il fatto che altri, da Prodi a Berlusconi, non hanno detto se o come voteranno?

                            «E’ chiaro che un leader politico dovrebbe dire pubblicamente almeno se andrà a votare o no. Prodi lo ha fatto subito e questa è una posizione coraggiosa, che oggi ha assunto un’importanza sostanziale».

                            I Ds si sono pronunciati per quattro sì. L’uomo Massimo D’Alema, su questioni così delicate, non ha mai avuto dubbi?

                              «Sarebbe assurdo non avere dubbi, chi di noi non li ha? Io sono carico di dubbi e per questo mi informo, rifletto, leggo, nei limiti del tempo che ho. Per esempio, e penso di portare qui un’opinione non solo mia ma anche di mia moglie, di fronte alla possibilità della fecondazione eterologa noi preferiremmo adottare un bambino. Però è una cosa ben diversa dall’essere favorevole alla proibizione di questa pratica. Perché qui non sono in discussione le scelte etiche personali, qui si tratta di dettare norme che valgano per tutti. Il compito della politica è quello di trovare un punto di equilibrio e non credo possa esserlo una legge ricalcata sulle convinzioni morali o religiose di una parte».