“Referendum” Dal divorzio all´aborto i papi nell´arena politica (F.Ceccarelli)

31/05/2005
    martedì 31 maggio 2005

    Pagina 1 e 4 – Interni

    IL RACCONTO

      Paolo VI fece affondare il governo Rumor, Giovanni Paolo II si lanciò nella campagna del 1981
      Dal divorzio all´aborto
      i papi nell´arena politica
      L´irruenza di Wojtyla, la fermezza di Montini

        Filippo Ceccarelli

        «È DI dominio comune che la Santa Sede ha oggi un potere politico quale da molti secoli non aveva più – scriveva cinquant´anni orsono Arturo Carlo Jemolo nel suo "Chiesa e Stato in Italia"(Einaudi) – Ma l´era delle masse potrebbe riservare evoluzioni ancora più impensate del suo potere». A questa specie di laica profezia viene da pensare a meno di due settimane dal referendum, nel giorno in cui Benedetto XVI fa ufficialmente il suo ingresso nel secolare polemificio che incessantemente accomuna il romano Pontefice alla politica italiana.

        Papa Ratzinger c´è entrato con garbo e perfino con diplomazia, ma c´è entrato. E lo si capisce dal frasario che le immancabili reazioni hanno subito innescato: «ingerenza», «libertà di parola», «crociata» e così via.
        Ai tempi del referendum sull´aborto – era la primavera del 1981 – Papa Wojtyla fu assai più deciso e irruento. Per tre volte intervenne pubblicamente sulla questione. La prima volta, il 22 marzo, davanti a 25mila persone a piazza San Pietro, si espose in un modo che più plateale non poteva essere. Dopo aver attaccato duramente l´aborto, menzionò la dichiarazione dei vescovi che anche allora erano scesi nell´agone contro la legge. «Faccio mia – disse, e qui si fermò per due lunghissimi secondi guardando la folla – Faccio mia la loro sollecitudine pastorale per ogni uomo e per la società intera».

        Allora i laici si scaldarono, ma non più di tanto. Ma appena quattordici giorni dopo, durante l´Angelus, Giovanni Paolo II ritornò con energia sull´aborto per negare che si trattasse di un problema privato. Riguardava tutta la società, e solo la chiesa se ne faceva carico. I socialisti, stavolta, smisero perfino di litigare con il presidente Spadolini ventilando ripercussioni sul Concordato.

        Era quello un riflesso abituale. Ma Wojtyla, che pochi mesi prima Craxi aveva accusato di guardare alla realtà italiana «con occhiali polacchi», non se ne dette per inteso. Così il 10 maggio, davanti a 70 mila persone, alcune delle quali provenivano da una manifestazione del «Movimento per la vita», pronunciò la sua più vibrante invettiva referendaria. Scandì dunque: «La Chiesa considera ogni legislazione favorevole all´aborto procurato come una gravissima offesa dei diritti primari dell´uomo e del comandamento del "non uccidere"». Quindi definì «una causa santa» quanto la Chiesa andava facendo per assicurare la «santa inviolabilità della vita concepita». E chissà cosa altro avrebbe ancora detto se, tre giorni dopo, Ali Agca non l´avesse sottratto ai comizi finali come alle estreme perorazioni apostoliche.

        Vale forse la pena di riflettere, semmai, sui risultati di quel referendum che, combattuto con la speranza di una rivincita sul divorzio, si rivelò in realtà per la Santa Sede una terribile e raddoppiatissima sconfitta. In pratica si chiudeva in via definitiva il ciclo del cattolicesimo maggioritario.

        Quale stagione si fosse aperta è già più difficile da dire: e magari aiuteranno a comprenderlo proprio i risultati dell´imminente referendum. Ma intanto il tema delle ingerenze dei papi, come quello speculare della loro libertà di espressione nella vita della repubblica, continua a cambiare rimanendo più o meno lo stesso, comunque lungo un orizzonte che dal Risorgimento, e forse anche prima, arriva senza cesure di rilievo fino ai nostri giorni.

        Più che i diritti, la storia rispetta i rapporti di forza. Per cui, senza andare troppo in là, si può dire ad esempio che ai tempi di Pio XII il pontefice non aveva nemmeno bisogno di interferire, essendo lo Stato laico ridotto ai suoi minimi termini. «Con Cristo o contro Cristo» intimava Papa Pacelli: e fu il tempo appunto della crociata e della scomunica ai marxisti, poi quello dell´operazione Sturzo (che fece piangere De Gasperi) e perfino quello delle proteste vaticane per le gambe nude delle ballerine in tv il sabato sera – ne «L´uomo di fiducia» (Mondadori, 1998) Giorgio Dell´Arti fa raccontare a Ettore Bernabei che si trattò di una trappola: qualcuno fece trovare un televisore nell´appartamento papale.

        E comunque. Nel 1955 la sottomissione dei governanti italiani alla Santa Sede ebbe la sua plastica raffigurazione quando il presidente della Repubblica Gronchi, e il ministro degli Esteri Martino, che pure era liberale, si recarono in visita in Vaticano rimanendo ginocchioni – «prostrati al bacio della sacra pantofola» scrisse Vittorio Gorresio – fino a quando non furono soddisfatte tutte le esigenze del fotografo pontificio, commendator Felici.

        Si sa: Pio XII era un vero sovrano; Giovanni XXIII invece un autentico pastore. Dal canto suo Paolo VI conosceva meglio di chiunque altro i governanti democristiani, per cui certamente interferì, ma come questi preferivano, secondo logiche oblique e felpate, e sempre con l´aureo suggello della riservatezza. Con il che si può dire, e perfino con pacifica risolutezza, che Papa Montini fermò o meglio fece fermare candidati al Quirinale (Fanfani nel 1964); così come affondò o fece affondare governi (Rumor, nel 1969) per bloccare la legge sul divorzio. E i laici non solo non lo venivano a sapere, ma nemmeno arrivarono a sospettarlo. Tanto era democristiano, il Papa, che nemmeno ritenne di intervenire prima del referendum sul divorzio – su cui peraltro s´impegnò solo Fanfani. Gli altri avevano imparato perfino a difendersi dalle intromissioni curiali: «Non conviene lasciarsi deviare o influenzare, bisogna essere duri è l´unico modo d´agire che capiscono» si legge attribuito a Moro in quella miniera di ricordi illuminanti che sono le memorie dell´ambasciatore presso la Santa Sede Gianfranco Pompei («Un ambasciatore in Vaticano», Il Mulino, 1994). Intanto il cardinal Benelli, discretamente, protestava per la proiezione de «I diavoli» di Ken Russel a Venezia; ma altrattanto riservatamente Emilio Colombo si disperava perché «Il Decamerone» di Pasolini era anche peggio.

        Bene. Wojtyla rovesciò i parametri stessi dell´interferenza. Aveva ben altra missione, del resto, e planetaria. Una volta il segretario del Ppi Marini fece baruffa con i vescovi. Glielo andarono a dire: «Ma chi è questo Marini – rispose lui, sovrappensiero – Io conosco Martini, il cardinale di Milano, questo Marini non so chi sia». Troppo complicato. Più semplice, in fondo, anche da laici, soffermarsi oggi sulla visione della cupola di San Pietro, come la vide Arturo Carlo Jemolo «nel fresco cielo di giugno, appena lavato dalla pioggia… Breve momento, piccola storia, nel´eterna storia del rapporto tra umano e divino».