Rappresentanza, mestiere difficile in una fabbrica come il Linificio di Portogruaro, che sta per chiudere.

09/02/2010

Viaggio nella Cgil, prima puntata C’era una volta il Veneto-locomotiva, quello dei mille capannoni che conquistano il territorio, delle mille imprese ricche di schei ed egoismi: ora i capannoni sono semivuoti, gli schei un po’ sfumati e gli egoismi degenerati in impauriti rancori, gli ultimi frutti della crisi globale. Ma prima ancora, tante crisi fa, c’era il Veneto molto agricolo e un po’ industriale, quello delle grandi famiglie «valligiane » che si tenevano distanti da Venezia (e da Marghera): Rossi, Marzotto, un bel pezzo del tessile italiano, il cuore del paternalismo tutto casa e azienda, quello che attorno alla fabbrica ci costruiva i «villaggi operai» per i vassalli della «moderna impresa».
Villanova, frazione di Fossalta di Portogruaro, via Ita Marzotto: partiamo da qui, dal Linificio Canapificio Nazionale, per il nostro viaggio nel congresso della Cgil. Da uno tra le migliaia di assemblee di base che – almeno sulla carta – dovrebbero coinvolgere quasi sei milioni di iscritti: metodo empirico e poco scientifico, il nostro, per capire lo stato di salute del sindacato e, soprattutto, cosa significhi «fare sindacato » nel mondo globalizzato e nel bel mezzo di una crisi economica e sociale senza precedenti.
Lo stabilimento di Fossalta – suo malgrado – ben si presta allo scopo: trent’anni fa – quando il Linificio era nel pieno della sua attività – i dipendenti del settore tessile-calzaturiero- conciario in Italia erano 1.100.000; oggi sono 600.000, un crollo sotto i colpi delle delocalizzazioni a basso costo verso l’Est, del lavoro nero e, poi, della concorrenza cinese. Così oggi il Linificio è considerata una fabbrica senza futuro e nonostante le tante promesse di rilancio su produzioni d’elite (il lino biologico), Marzotto prepara la dismissione. Tra la trentina di iscritti alla Cgil – in maggioranza donne – che si ritrovano per il congresso si racconta la storia di uno stabilimento che doveva essere un modello di «sviluppo integrato». Gaetano Marzotto lo costruì, nel secondo dopoguerra, nel mezzo della sua grande tenuta di campagna a nord-est di Venezia, a due passi dal «villaggio vacanze marine » aziendale, seguendo l’idea del distretto agroindustriale: un luogo di trasformazione dei prodotti della terra, un contenitore unico per cotonificio, zuccherificio, linificio, vetreria, latteria e cantina. Una sorta di fabbrica globale, il principale punto di riferimento industriale della zona, al punto da soprannominarla la «Fiat di Portogruaro». Ora, dei fasti del vecchioMarzotto rimane solo il busto del conte all’ingresso di una spoglia portineria in cui passano soprattutto i dipendenti della vetreria e i pochi addetti della cantina sociale. Tutto il resto è archeologia industriale, o quasi. A partire dal Linificio, il cui declino inizia negli anni Novanta, non per una crisi di prodotto maper le delocalizzazioni in Tunisia e in Lituania. Poi sono «arrivati i cinesi e siamo stati travolti – raccontano qui – non è bastata la fusione con la Zignago, perché Marzotto pensa solo a tagliare». Come a dire che qui la crisi è arrivata ben prima del crack finanziario americano, che è frutto di una competizione tutta fatta sul costo del lavoro. E il sindacato? La Cgil? A resistere ci ha provato: prima due anni di contratti di solidarietà, poi due anni di Cassa integrazione straordinaria e, in mezzo, scioperi, picchetti, cortei, coinvolgimento della politica, almeno quella locale, un tempo tutta centrosinistra, ora un bel po’ leghista-Pdl. «Ma, con i tempi che corrono – raccontano i delegati della Rsu – noi siamo diventati una delle tante crisi, i politici sono tutti presi da altre cose, da altre emergenze e se proprio si devono occupare di crisi industriali, guardano aMarghera… lì sono in tanti». Oppure preparano interventi di piccola assistenza alla povertà, come la locale Conferenza dei sindaci che sta mettendo in atto un pacchetto di sussidi in cui si va dal «credito per i nuovi nati» al «bonus libri di testo», ad altre agevolazioni,mettendo insieme tutto ciò che si può fare per legge (nazionale o regionale): tutto, tranne qualunque intervento per il lavoro. Quello viene lasciato al mercato» che, di taglio in taglio, ha ridotto i lavoratori del Linifico a poco più di 200, la metà di dieci anni fa: solo per una sessantina di loro Marzotto promette un futuro.Ma inmolti dubitano delle parole aziendali, mentre l’oggi fa i conti con i 750 euro della Cassa integrazione. Non che prima si navigasse nell’oro: i contratti dei tessili sono tra i più poveri dell’industria e con notturni e festivi – come si lavorava anche qui ai tempi delle «vacche grasse» – si portava a casa meno di 1.200 euro. Tutto questo ritorna nel piccolo congresso Cgil del Linificio. Nelle parole dei due relatori – costretti a calare in una situazione così difficile l’illustrazione di due documenti contrapposti – ma anche nel silenzio che segue gli interventi di presentazione. Tiziana (mozione 1) e Gianfranco (mozione 2), prima di provare a far capire cosa le rispettive posizioni significhino qui, al Linificio, aggiornano la situazione delle trattative con l’azienda, spiegano che Marzotto è disponibile solo a incentivare l’esodo e che ipotesi di ricollocazione in altre imprese della zona non ce ne sono, per ora. Solo, come sempre, i pochi mesi di lavoro stagionale estivo sulla costa, soprattutto per le donne, soprattutto per le mansioni più umili. Poi, sempre nel silenzio, si passa all’illustrazione dei due documenti, che tradotti in chiave locale significano «ricerca di alleanze per contrastare la crisi, più risorse agli ammortizzatori sociali e meno tasse sul lavoro » per Tiziana, «presa d’atto che la concertazione è finita, contrasto delle delocalizzazioni e degli appalti al massimo ribasso» per Gianfranco. Pochi minuti ciascuno, che «aprono e chiudono» il congresso, perché prima del voto (75 iscritti, 25 votanti, 4 nulle, 18 a 3 per il documento n.1), l’assemblea si divide in tanti pezzetti, nei capannelli per ricucire che la fabbrica vuota ha separato. Almeno per un po’. Per qualche minuto, in cui – assieme alle cronache del proprio quotidiano -c’è anche il tempo per parlare comunque di un futuro. Di un sindacato che visto da queste latitudini avrebbe bisogno di un bel salto di qualità, oltre la gestione della crisi: Noi non possiamo nemmeno salire sui tetti – si sfoga una lavoratrice con una collega -, perché tutti sanno le condizioni in cui siamo e la mancanza di prospettive. A forza d’affrontare le crisi con responsabilità e di contrattarla siamo scomparsi ». «Ma a forza di batterci e urlare ci siamo sfiniti e rimasti senza voce », ribatte l’amica. Per un attimo risuonano gli echi di quando si era «di lotta e di governo», di quando conflitti e negoziati intrecciavano una narrazione comune. Ma l’ora di assemblea è finita, si torna a casa: fuori, nel deserto di un’industria che scompare, con le sue storie. (1-continua)