“Rapporto Gdo 3″ Pesa la crisi, reggono solo gli hard discount

28/06/2004


      SUPPLEMENTO
      AFFARE E FINANZA di lunedi 28 Giugno 2004

      RAPPORTO / GRANDE DISTRIBUZIONE

      Nonostante sconti e promozioni
      Pesa la crisi, reggono solo gli hard discount

      LUISA GRION

      I piccoli stanno peggio, e su questo non vi é dubbio. Nelle botteghe
      di quartiere e di paese la crisi dei consumi si è fatta sentire in modo molto più evidente che nei super e negli ipermercati. Ma anche la grande distribuzione da un po’ di tempo a questa parte — al di là delle quote di mercato — fa fatica a mantenere il ritmo. Non cresce ed è costretta a moltiplicare sconti, promozioni, offerte di prodotti a prezzi bloccati pur di non perdere terreno.

      Le indagini Istat sulle vendite al dettaglio — a dire il vero — segnalano su aprile una lievissima ripresa rispetto allo stop dei mesi scorsi e attribuiscono tale tendenza esclusivamente all’andamento della grande distribuzione (che rispetto allo stesso mese dello scorso anno avrebbe messo a segno una crescita del 3,4 per cento).


      Ma le cifre non spiegano tutto: a parità di rete, e senza contare le eventuali nuove aperture — spiegano i grandi gruppi — le vendite risultano stabili o addirittura negative. Alla stessa conclusione arriva uno studio AcNielsen riferito ai primi cinque mesi dell’anno: rispetto al 2003, a parità di condizioni, le quantità vendute sono diminuite in media dello 0,6 per cento. Il dato in sé può non sembrare drammatico, ma segna una netta inversione di tendenza e fa capire che — di fronte alla attuale crisi di reddito e consumi — la grande distribuzione non può permettersi errori di sottovalutazione.


      La crisi, anche all’interno di questa fascia di mercato, è inversamente proporzionale alle dimensioni. Peggio di tutti vanno le "superette" (i supermercati di quartiere) dove la riduzione delle vendite si misura in un netto meno 4,6 per cento. Gli ipermercati hanno retto il colpo, ma probabilmente, solo perché i loro investimenti in attività promozionali hanno sfiorato il 25 per cento sul totale delle cifre impegnate: praticamente un prodotto su quattro è in offerta speciale.


      Tale strategia di vendita ha permesso alla grande distribuzione di recuperare margini sugli hard discount: AcNielsen ha stimato che a maggio il loro tasso di vendita su base annua è diminuito di circa lo 0,2 per cento rispetto al 2003 (a gennaio viaggiava ad un ritmo di crescita superiore al 10 per cento).


      Non è comunque detto che la promozione spinta sia sempre pagante: al di là delle strategie messe in atto, infatti, le grandi catene soffrono la cosiddetta "crisi della quarta settimana": arrivati alla fine del mese i clienti hanno consumato la quota di reddito disponibile e cominciano a tagliare. Prima sulla spesa che riguarda abbigliamento, calzature e "no food" in genere, poi anche sull’alimentare.


      Di fatto l’unica fascia di beni che registra un discreto margine di vendita è quello del "private label": i prodotti con il marchio della catena distributiva sulla quale la "casa" non fa investimenti pubblicitari, spesso — in questi ultimi mesi — garantisce un blocco dei prezzi di lunga durata. Di fronte ad un boom delle vendite in "private label" (nei primi cinque mesi del 2004 rispetto allo stesso periodo del 2003 si è registrata un’impennata del 13,4 per cento) le vendite di prodotti di marca hanno comunque segnato il passo, mettendo a segno un calo del 3,8 per cento.


      «Dietro questa erosione delle vendite, nonostante il grande sforzo fatto per mantenere stabili i prezzi, vi è l’evidente crisi di fiducia da parte dei consumatori», dice Giovanni Cobolli Gigli, presidente della FaidFederdistribuzione, l’associazione che all’interno di Confcommercio si occupa della grande distribuzione, «Unita alla perdita del potere d’acquisto ciò ha fatto sì che, analizzando 7 mila punti vendita, fra maggio 2003 e maggio 2004, escluso il settore del "fresco" si è registrata una flessione di vendite dello 0,2 per cento». Che fare per invertire la tendenza? Secondo la Faid — al di là della politica promozionale — è necessario puntare ad una maggiore liberalizzazione del settore e quindi ad una maggiore concorrenza: una spinta alle aperture domenicali anche nelle piccole città, per esempio, e in generale la guerra a tutti i lacci che imprigionano le strategie delle singole aziende.


      Anche per le Coop la crisi necessita di interventi immediati. «La grande distribuzione non deve arretrare, questo è certo. Deve cercare semmai altri margini di efficienza e continuare a garantire la qualità del prodotto e del servizio» dice Aldo Soldi, presidente della Coop nazionale. «Ma da questa crisi si uscirà solo con una strategia di concertazione. Al vero rilancio dei consumi arriveremo, nel medio periodo, solo dopo il rilancio dell’economia, della fiducia, del potere d’acquisto. Nel breve periodo, però, grande distribuzione, governo, pubblica amministrazione, produzione, imprese di trasformazione e distribuzione hanno ancora margini per fare qualcosa».


      In Francia, per esempio, qualcosa si è fatto: pochi giorni fa il ministro dell’economia Sarkozy ha raggiunto l’accordo con la grande distribuzione per difendere il potere d’acquisto dei consumatori. La grande distribuzione abbasserà i prezzi del paniere tipico delle casalinghe del 2 per cento a partire dal mese di settembre e di un altro 1 per cento a partire dal 2005. Il patto fra ipermercati è stato firmato, fra gli altri, da Carrefour, Leclerc, Auchan, Intermarchè, Cora, Monoprix, L’Oreal e Procter and Gamble, che hanno accettato di suddividere l’onere della riduzione fra distributori e produttori. Ma una strada di questo genere — dicono gli interessati — in Italia «non è percorribile».