“Rapporto Gdo 2″ Quant’è difficile aprire nuovi punti vendita

28/06/2004


      SUPPLEMENTO
      AFFARE E FINANZA di lunedi 28 Giugno 2004

      RAPPORTO / GRANDE DISTRIBUZIONE

      Quant’è difficile aprire nuovi punti vendita

      STEFANO CARLI

      Prezzi in calo, fatturati in flessione, margini che oscillano tra l’1 e l’1,5% e difficoltà altissime per aprire nuovi grandi punti vendita. Il quadro della grande distribuzione in Italia non è in questo momento rose e fiori e l’ultimo dei problemi del settore è proprio quello di cui si sente invece più parlare all’esterno: la crescente presenza degli stranieri in Italia. Il fatto che si stiano affermando anche qui da noi le grandi insegne europee, dai francesi di Carrefour, Auchan e Leclerc e fino agli austriaci di Rewe, quelli che hanno rilevato la Standa, e che la presenza italiana tra i grandi super e gli ipermercati si sia ridotta ai soli nomi di Coop e Conad non viene visto come un problema. Tanto italiani e stranieri hanno a che fare con le stesse difficoltà. Anzi. «Proprio le difficoltà del settore, il ritardo della grande distribuzione italiana, gli handicap normativi che ne ostacolano lo sviluppo e la regionalizzazione che ha di fatto bloccato l’effettiva liberalizzazione del mercato enumera Roberto Ravazzoni, docente di Strategie di impresa all’università di Parma e ricercatore del Cermes Bocconi hanno aperto le porte agli stranieri».

      In estrema sintesi questo è quanto è successo: in un quadro in cui solo le grandi dimensioni degli ipermercati garantiscono la redditività necessaria a finanziare la crescita, gli operatori italiani sono stati costretti a permanere in una situazione di relativo nanismo; in Italia aprire nuovi punti di vendita è sempre molto difficile e si cresce solo acquisendo aziende già presenti sul mercato e messe in vendita da operatori in crisi o che vogliono uscire dal settore. Ma è proprio a questo punto che sono subentrate le grandi insegne europee: le uniche ad avere la disponibilità di risorse necessarie alle acquisizioni.


      Dietro Coop e Conad, infatti, ci sono degli ottimi medi gruppi italiani, ma di dimensioni troppo piccole per poter competere a livello continentale: dai più noti come i Caprotti di Esselunga o i Bastianello della Pam, fino ai nuovi nomi emergenti, come la Finiper della famiglia Brunelli, la Bennet della famiglia Ratti, i marchi che fanno capo al gruppo Lombardini o realtà non più solo familiari ma molto composite, come il gruppo Il Gigante o la Selex Interdis.


      Sono tutte aziende redditizie ma piccole. Basta dare uno sguardo ai numeri delle quote di mercato così come risultano dall’ultima rilevazione IriInfoscan. La grande distribuzione vale il 60% delle vendite totali del settore. I primi quattro gruppi hanno una quota di mercato di quasi il 50%, agli altri iper e supermercati va quindi circa un 10%. La fetta più importante del mercato è ancora oggi appannaggio della Coop, con una quota del 17,5%, seguta da Carrefour con il 10,2%, da AuchanRinascente con il 9,4% e da Conad con il 9,2%; più in basso, al 2,5%, c’è il gruppo austriaco Rewe. Stando a queste cifre, la presenza straniera in Italia sarebbe ferma a poco sopra il 20%, anche se annovera due dei primi tre gruppi in classifica, ma molti iniziano a considerare in questa quota anche Conad in virtù dell’alleanza strategica con i francesi di Leclerc: non c’è un controllo perché Conad è un consorzio, una realtà molto frastagliata, ma guardando alle strategie e ai centri di acquisto, fanno notare diversi addetti ai lavori, il peso di Leclerc è molto alto, tanto da poter quasi annoverare anche Conad nel gruppo degli stranieri. Con il che, la quota di vendite facenti capo a gruppi esteri inizierebbe ad andare oltre il 30%.


      Nella attuale fase congiunturale le dimensioni delle aziende rivestono un’importanza strategica. Secondo gli ultimi dati UnioncamereRef, infatti, nel secondo bimestre 2004 i volumi delle vendite si sono ridotti dello 0,2% per effetto delle massicce campagne promozionali messe in atto dalla grande distribuzione, con sconti che, volta per volta, sono arrivati spesso fino al 40%. Una vera e propria riduzione di prezzi, quindi, per cercare di risollevare il trend discendente dei consumi delle famiglie italiane, che non solo spendono sempre meno in alimentari e casalinghi, i prodotti tipici della grande distribuzione, ma hanno vissuto negli ultimi mesi una vera e propria stretta ai consumi. E se ora le promozioni hanno ridato un po’ di fiato alle vendite, resta comunque che si spende sempre meno. «Nel 1991 le famiglie spendevano nei prodotti della grande distribuzione il 35% del loro reddito spiega Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Faid, la federazione delle imprese della grande distribuzione adesso siamo al 23%».


      Le economie di scala connesse alle grandi dimensioni sono quindi fondamentali, ma aprire i grandi iper in Italia è difficile. «Tanto più ora che la regionalizzazione fa sì che ogni regione abbia norme diverse su tutto, dagli orari di apertura agli iter per l’istituzione di nuovi punti vendita spiega ancora Cobolli Gigli Ma anche per quanto riguarda le materie rimaste all’amministrazione centrale, le cose non vanno meglio: nel 2003 i fondi di sviluppo messi a disposizione dal governo sono andati per il 75% all’industria, per il 20% al turismo e appena per il 5% alla distribuzione. Eppure sono molte le cose che si potrebbero fare per sostenere gli sforzi degli operatori di costruire realtà competitive che vanno anche a vantaggio dei consumatori. A partire dal peso di certi costi: l’industria, tanto per dire, paga l’accisa sul gas metano 0,012 euro al metro cubo, noi invece lo paghiamo 0,17 euro. Più dieci volte tanto».