Rapporti/Turismo: Il master non piace all’azienda

22/05/2002

Rapporti

OCCUPAZIONE

Il master non piace all’azienda

Tante le offerte formative tagliate sul settore ma le imprese vogliono soprattutto cuochi e camerieri

Tra master, corsi di specializzazione, lauree di primo e secondo livello le offerte non mancano di certo. Circa una settantina le possibilità di formazione riconosciute per chi lavora o intende lavorare nel turismo, senza contare i tanti corsi organizzati a livello regionale. Una varietà di scelta che, però, non soddisfa le aziende del settore: infatti – come dimostra l’inchiesta «L’impresa turistica» curata dal Touring Club – che nel 2001, delle 48.214 assunzioni, solo 386 hanno riguardato neolaureati in discipline turistiche. Gli operatori del settore lamentano che la formazione non risponde sempre ai veri bisogni del mercato, eppure guardando le tipologie di percorsi si direbbe il contrario. Ci sono infatti corsi di specializzazione – come quelli della Scuola superiore del commercio del turismo e dei servizi di Milano – destinati a figure professionali specifiche come promoter, animatori, ticketing sales agent o addetti alla reception. Non mancano iniziative che formano gli studenti in relazione alle esigenze del territorio: l’università della Calabria, con il corso in mediazione linguistica e turismo culturale, garantisce «una preparazione di base sulle tematiche del turismo culturale» della regione; a Firenze c’è invece il master di hotel management per formare i dirigenti per le strutture ricettive nelle città d’arte. Tra le lauree di primo livello, la facoltà di lingue di Salerno ha istituito il corso in lingue e modelli culturali con indirizzo in lingue per il turismo culturale, mentre, tra quelle di secondo livello lo Iulm di Milano ha messo in cantiere un corso di comunicazione. E il rapporto tra chi insegna e le aziende è sempre più stretto: per esempio nel master organizzato dal Cesit a Venezia, le imprese partecipano alla formazione di figure professionali, destinate a guidare le realtà pubbliche e private. Non mancano però ombre: su 38 corsi di laurea solo in 10 c’è il numero programmato, senza contare che nel 2001 si sono iscritte a questi corsi più di 5mila persone, troppe rispetto alle richieste del mercato. E alcune scuole risentono della rigidità delle loro strutture e dei loro contenuti. E così, nonostante la varietà dell’offerta, il 26,2% delle imprese italiane – afferma l’indagine del Touring Club – non riesce a reperire personale per «mancanza di qualificazione necessaria», il 22,5% segnala «l’assenza della figura ricercata», il 10,2% aggiunge «la mancanza di strutture a cui attingere». Il rapporto del Touring suggerisce quindi di ridimensionare l’offerta formativa e focalizzarla nelle aree hotel management & administration, destination management e scienze turistiche. E va sottolineato che le aziende, nel 2001, hanno assunto solo per lo 0,1% del totale in ruoli dirigenziali, e per l’1% tra operai specializzati. L’81,4% dei posti, invece, è andato ad addetti alla vendita o ai servizi alle famiglie (come camerieri e cuochi). Non c’è da meravigliarsi quindi che il 40,2% degli assunti avesse solo la licenza media. Più complessa la situazione per Rosanna Bonadei, direttrice del corso di specializzazione mediazione culturale e gestione del turismo dell’Università di Bergamo. «La formazione – spiega – è più ampia di quello che pensano le aziende. E non si può dire che non risponde alle loro esigenze, visto che l’offerta turistica italiana è molto limitata. Le aziende non si sono accorte che il turista rispetto al passato ha un approccio culturale diverso, è in grado di muoversi da solo. Ma, invece di creare tutte quelle strutture di sostegno necessarie, tagliano dove è possibile o fanno investimenti sbagliati». Quindi conclude amara: «Lavorando in questo modo le imprese, gestite per lo più a livello familiare, perché dovrebbero assumere personale formato che gli costerebbe più di un semplice diplomato?».

a cura di Francesco Pacifico
Mercoledí 22 Maggio 2002