Rapita a Bagdad e liberata dopo 5 mesi, la giornalista è tornata a far parlare di sé Con un libro bestseller che racconta sei mesi in incognito come donna delle pulizie

29/03/2010


Nella sua nuova carta d´identità, Florence Aubenas appare irriconoscibile. Capelli biondo cenere legati dietro alla testa, piccoli occhiali a coprire lo sguardo, espressione finalmente serena. Un´immagine molto diversa da quella stravolta per la quale è diventata famosa controvoglia, quella che tutti ricordano appesa sulla facciata dell´Hotel de Ville nell´inverno 2005, i giorni del sequestro in Iraq. La guerra, la prigionia, sembrano una storia lontana, ormai. La giornalista francese ha cambiato aspetto, vita. Ma non mestiere. Si è trasferita a Caen, nella Bassa Normandia, iscrivendosi sulle liste della disoccupazione come una lavoratrice precaria qualsiasi. Donna delle pulizie a ore, guadagnando sempre meno di settecento euro al mese. Al mattino nelle stazioni di servizio dove si fermano i camionisti, e sembra che sui muri sia «piovuta merda». Di sera nelle cabine dei traghetti per l´Inghilterra. Tre minuti cronometrati per pulire water, lavandino e doccia.
Quai de Ouistreham, il nome del porto sulla Manica, è diventato il titolo di un libro che sta risvegliando l´indignazione dei francesi per la miseria del Primo Mondo. «Quando è arrivata la crisi – racconta Aubenas – avevo l´impressione che si stesse parlando di qualcosa di astratto, che non ci toccava direttamente». Un caso editoriale. In pochi giorni, le prime 25 mila copie sono andate esaurite. L´editore De L´Olivier ne ha già ristampato altre centomila. Aubenas, 48 anni, appare in tv, parla alla radio, è tornata a essere un´eroina nazionale, come quando scese dall´aereo in provenienza da Bagdad, il 12 giugno 2005. Ad aspettarla c´era il presidente Jacques Chirac.
Florence, storica firma di Libération, oggi nella redazione del Nouvel Observateur, ha preso un anno di congedo sabbatico, mantenendo il riserbo assoluto sulla sua avventura giornalistica. Ai colleghi ha detto che andava in Marocco per scrivere un romanzo. «Solo i miei amici più stretti sapevano la verità». Ha affittato una camera ammobiliata, si è tinta i capelli, ha tolto le lenti a contatto e inforcato gli occhiali da miope. Non è quasi mai stata riconosciuta. Ma non è stato difficile trovare l´anonimato. Nessuno guarda in faccia una donna delle pulizie.
Secondo i dati, il 20 per cento della popolazione attiva è ormai precaria. Un mondo dove non esistono diritti. Florence ha scoperto gente con la schiena spezzata dalla fatica ma pronta a tutto, disposta a lavorare al nero o con contratti capestro, senza contributi, sotto al salario minimo stabilito per legge. Nelle imprese di pulizie, soltanto lo 0,8 per cento dei lavoratori è sindacalizzato. «Non è una realtà omogenea e neppure omologata. Ci sono giovani e vecchi, persone disperate e altre piene di sogni. Ho trovato anche molta dignità nell´affrontare questa vita di stenti». L´ostinazione di Françoise, «forse un cowboy nella sua vita precedente», l´eleganza di Mimi mentre pulisce latrine «come fosse una contessa». La giornalista ha percorso chilometri tra uffici chiusi, inutili colloqui, annunci falsi, cercando aiuto da una burocrazia che sembra esistere solo per scoraggiare chi cerca lavoro. Il libro è dedicato al suo "trattore", una Fiat sgangherata che ha usato in questa piccola odissea.
«Non volevo assolutamente – precisa – sembrare l´esploratrice che va nel paese dei selvaggi». Lo stile è sempre asciutto, sobrio, mai compiaciuto. I nomi delle persone sono stati tutti cambiati. Il giornalismo "mimetico" ha famosi precedenti. Negli anni Ottanta, con Faccia da Turco, Gunter Wallraff si finse immigrato in Germania. L´americana Barbara Ehrenreich scrisse Una paga da fame sulla sua esperienza da cameriera. In Italia, Fabrizio Gatti ha attraversato il Sahara insieme ai clandestini nel suo Bilal, si è finto clandestino per entrare nella "fortezza" di Lampedusa. «C´è chi sostiene che sia una trasgressione alle regole del nostro mestiere», dice Aubenas. «A me è sembrata invece una straordinaria opportunità di avere tempo e modo di avvicinarmi ai fatti: quello che spesso non si può più fare nei giornali». La sua avventura da Cenerentola all´incontrario è durata sei mesi. Il traguardo era ottenere un contratto a tempo indeterminato. «A quel punto ho mollato, non volevo rubare il posto a qualcuno che ne aveva davvero bisogno».
Anche oggi Florence mantiene quella stessa leggerezza che aveva spiazzato il mondo cinque anni fa, al suo ritorno da una prigionia ingiusta e crudele. Dopo 157 giorni di sequestro, era apparsa sorridente e autoironica, quasi fosse il tentativo di sminuire una esperienza traumatica che tra i suoi effetti collaterali nascondeva anche l´insidia di trasformarla in una "reduce" a vita. «Bisogna muoversi», diceva già allora. «Mai rimanere ancorati a una fase della propria esistenza».
Lo scrittore François Begaudau dedicò un piccolo racconto a quell´apparizione spiazzante, per certi versi surreale. Tutti pensavano che, nonostante la sua forza vitale, prima o poi la reporter avrebbe ceduto alla voglia di pubblicare un libro sulla sua prigionia in Iraq. «Non lo farò mai», taglia corto. «Per rispetto alle persone che erano con me e perché non voglio darla vinta ai miei sequestratori: per scherno, mi dicevano che avrei venduto un bestseller con la mia storia». Per salire in testa alle classifiche, le è bastato scendere sotto casa.