Rallenta la crescita, sale il deficit pubblico

30/09/2003


30 Settembre 2003

Rallenta la crescita, sale il deficit pubblico
Il Tesoro disegna nuovi scenari: l’anno prossimo Pil all’1,9 e inflazione al 2%
Stefano Lepri

ROMA
«Due anni di rallentamento del ciclo economico hanno ridotto i margini della politica di bilancio» sostiene il governo nella relazione programmatica per il 2004, per giustificare che molti obiettivi sono stati ridimensionati. I conti della finanza pubblica italiana non sono un gran che, sono però «migliori rispetto a quelli dei grandi Paesi dell’area dell’euro» ossia Francia e Germania. Il 2003 passerà agli archivi come annata di bassa crescita economica (+0,5%) e di inflazione abbastanza alta (2,6% in media); «nella seconda parte dell’anno» (che è ormai trascorsa per metà) si attende l’arrivo della ripresa.
In sintesi: meno crescita, più sbilancio nei conti pubblici rispetto a quanto si sperava prima. Come d’uso, lo scenario in cui il governo inquadra la legge finanziaria è contenuto nella «Relazione previsionale e programmatica» che viene approvata con la partecipazione del governatore della Banca d’Italia. Non ci sono aspettative di miracoli. Per l’anno prossimo il governo si attende una crescita economica dell’1,9% con inflazione «intorno al 2%». Come incremento del prodotto lordo non è molto, è tuttavia un po’ di più di quanto prevedono le istituzioni internazionali (+1,7% il Fondo monetario) o gli analisti indipendenti (+1,6% nella media di consenso rilevata dall’
Economist).
Non c’è nessun crollo dei consumi, non ci sono aumenti dei prezzi nascosti: se le cose nella prima metà del 2003 sono andate male (-0,1% in ciascuno dei due trimestri) la colpa è essenzialmente della perdita di competitività delle esportazioni. Spiega il documento governativo che da gennaio a giugno «il settore estero ha sottratto un punto percentuale alla crescita». In parte questo deriva dall’apprezzamento dell’euro sui mercati valutari; ma qui Francia e Germania hanno sofferto molto meno.
Per quanto non alta, la crescita nel 2004 dovrebbe essere sufficiente, secondo il governo, a ridurre ancora la disoccupazione di circa 0,3 punti percentuali (65.000 persone), ovvero dall’8,7% all’8,4%, prolungando la stessa tendenza dell’anno in corso. Anche qui il Fondo monetario non conforta, prevede invece disoccupazione stabile. Da parte sua la Commissione europea in contesa con la Francia ha lodato che, perlomeno, il governo di Parigi abbia basato la propria legge finanziaria 2004 su un tasso di crescita «realistico» ossia l’1,7%; e la maggior parte dei previsori assegna alla Francia risultati migliori di circa tre decimi rispetto all’Italia.
Non sarà contenta la Banca centrale europea, delle cifre sui conti pubblici. L’obiettivo di ridurre dello 0,5% annuo il deficit di bilancio «strutturale» (che risulta da un calcolo complicatissimo), indicato dalle autorità europee e rigidamente difeso dalla Bce, per ammissione del governo non sarà raggiunto nel 2003, ed appare già fuori portata per il 2004. In entrambi gli anni, si legge nella «Rpp», la riduzione dovrebbe fermarsi allo 0,3%. Benché il governo avesse importato la legge finanziaria 2003 su una riduzione strutturale dello 0,7%, la Bce aveva avvertito per tempo che non ci sarebbe riuscito. La Francia sta negoziando un compromesso con la Commissione europea sulla base di una riduzione dello 0,7% nel 2004.
Il deficit pubblico calcolato secondo i criteri europei tornerà ad aumentare quest’anno «in conseguenza della minore crescita economica»: 2,5% del prodotto lordo, contro al 2,3% del 2002. E’ la seconda revisione di obiettivo: un anno fa, nel presentare la legge finanziaria 2003, il governo mirava a un deficit dell’1,5%; a marzo la cifra era stata alzata al 2,3%. In relazione alla bassa crescita è stato modificato anche l’obiettivo per il 2004 da raggiungere con l’applicazione della nuova legge finanziaria: non più 1,8% del prodotto lordo come annunciato tre mesi fa dal Dpef, ma 2,2%.
E perché il costo della vita continua ad aumentare, se la crescita ristagna? Nella Germania che ristagna come noi, i prezzi sono quasi fermi. Il testo governativo sostiene che «il processo di rientro dell’inflazione procede a ritmi più lenti del previsto a causa di fattori contingenti, quali le avverse condizioni climatiche e le tensioni sulle quotazioni del petrolio, e problemi di natura strutturale, quali l’insufficiente concorrenza, soprattutto nei settori meno esposti al commercio internazionale». Insomma: colpa del caldo, del petrolio, e della poca concorrenza nei servizi che si può migliorare con una più accorta regolazione del mercato.