Rallenta il lavoro non la produttività

24/11/2004

    mercoledì 24 novembre 2004

    sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 22

    Per l’Isae la crescita degli occupati proseguirà
    Rallenta il lavoro non la produttività

    MASSIMO MASCINI

      ROMA • Rallenta la crescita dell’occupazione, ma non sembra ci si debba disperare più di tanto. Negli ultimi anni era stata registrata una dinamica anomala, frutto di alcune distorsioni del sistema economico e del mercato del lavoro. In pratica, non poteva che accadere quanto in effetti è successo: l’occupazione cresce sempre, ma meno di prima. E, soprattutto, non sembra il caso di avere troppa paura per il futuro, perché l’occupazione continuerà a salire, secondo dinamiche più attenuate, ma più sane che in passato e comunque con un ritmo sempre forte. Certo, sarà difficile centrare l’obiettivo fissato nel 2000 a Lisbona, un tasso di occupazione pari al 70% nel 2010.
      Ma questa era comunque una meta poco credibile e sarà quindi necessario e opportuno fissare obiettivi più avvicinabili e quindi più cogenti.

      A mandare questo messaggio di speranza e soprattutto di realismo è Sergio De Nardis, direttore dell’unità Macroeconomia dell’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica presieduto da Alberto Majocchi. Sulla base delle rilevazioni De Nardis spiega i motivi della sua interpretazione della realtà economica del Paese. Che ci sia un calo nella crescita dell’occupazione è fuori dubbio.
      Dal 1998 al 2003 è stata registrata una crescita dell’1,5% l’anno. Adesso la crescita dell’occupazione è meno sostenuta. Nel primo trimestre del 2004 è stata dell’1,1%, nel secondo dello 0,7%.

      Per capire cosa sta succedendo De Nardis divide nettamente il periodo in osservazione in due sottoperiodi, tra loro abbastanza differenti. Dal 1998 al 2000 si registra infatti una crescita dell’occupazione dell’1,3% l’anno, mentre il Pil aumenta del 2,2% sempre in ragione di anno. Cresce l’economia, cresce anche il lavoro. Dal 2001 la situazione si complica, perché l’occupazione aumenta mediamente dell’1,6%, ma intanto cala pericolosamente la crescita generale del Paese. Il Pil sale appena dello 0,8% nella media dei tre anni e secondo una dinamica discendente, perché si registra appena un +0,4 nel 2002 e un +0,3% nel 2003. Insomma, l’economia ristagna, ma l’occupazione cresce. Un’anomalia. E soprattutto un pericolo. Perché se l’occupazione cresce più del Pil, questo significa che cala anche la produttività per occupato. E quindi anche la competitività.

      Pericolo rientrato, adesso che l’occupazione non cresce più come prima? È ancora tutto da verificare. Il timore, diffuso, è che si torni al periodo precedente il 1997, quando l’occupazione non solo non cresceva, ma al contrario diminuiva, dello 0,5% l’anno. Ma capirne di più occorre scendere nei dettagli. L’anno preso come riferimento è il 1997 perché da quella data si comincia ad applicare il "pacchetto Treu", una serie di misure che rendono più flessibile il mercato del lavoro. Misure importanti, che segnano la fine di un periodo caratterizzato da un’alta capitalizzazione del lavoro. Accadeva infatti che a causa delle forti ristrutturazioni operate negli anni 80 e nei primi anni 90 per far fronte agli shock petroliferi e salariali era molto alto l’impiego di capitali. Grazie a forti innovazioni di processo si avevano meno occupati, ma ad alta produttività.

      Il "pacchetto Treu" ha invertito questi valori, perché è stato più conveniente occupare persone che innovare il processo. Parallelamente si è occupato di più anche grazie alla moderazione salariale innescata dalla riforma contrattuale del 1993 e a misure come il credito di imposta per i nuovi assunti. In pratica, dal 1997 è stato più conveniente produrre con più occupazione e meno impiego di capitali. Questo dal 1997, ma il fenomeno si estremizza dal 2001. Perché entrano nel mercato del lavoro persone con produttività più bassa ed entrano in settori con produttività più bassa. Esempio classico, le donne occupate nei servizi alle famiglie e alle persone. Parallelamente cala quella che gli economisti chiamano la produttività totale dei fattori, in qualche modo la produttività del sistema. Non è un valore indicato da un indice, è una stima, ma tutti gli analisti vedono in questi ultimi tre anni un calo di questa produttività.

      La domanda adesso è se questo calo di produttività sia duraturo o meno. De Nardis è ottimista. Innanzitutto, afferma, il dato più importante, il rallentamento del rapporto tra capitale e lavoro è un fenomeno transitorio e quindi lo è anche il rallentamento della produttività. Nel momento in cui quel rapporto raggiunge un equilibrio finisce anche il rallentamento della produttività. Ed è possibile, o così sembra stia accadendo, che si torni alle dinamiche che sono state registrate tra il 1998 e il 2000, più favorevoli di quelle proprie del quadriennio precedente. Lo provano le rilevazioni relative al 2004. Nei primi due trimestri la produttività del lavoro è cresciuta dello 0,9%. Può non sembrare un dato vistoso, ma è il migliore risultato da due anni e mezzo.

      Del resto — nota De Nardis — è difficile che si torni a una realtà vicina ai primi anni 90. «Perché — dice — l’inclusione nel mondo del lavoro non è certo completata e perché tutte le politiche fin qui svolte, dall’accordo di Lisbona alla legge Biagi, possono anche essere tutte da verificare, ma certo non sono fatte per scoraggiare l’utilizzo della forza lavoro».