Rallenta ancora l’inflazione, novembre al 2,5%

21/11/2003



21 Novembre 2003

TRICHET: ATTENZIONE AI RIFLESSI DEGLI SQUILIBRI DI BILANCI. RESTA ALTO IL DISTACCO DALLA MEDIA EUROPEA
Rallenta ancora l’inflazione, novembre al 2,5%
In calo verdura e benzina. I consumatori: al 15% i rincari dei mercati
Stefano Lepri

    ROMA
    Sarà stata la verdura, finalmente ribassata di prezzo dopo l’estate secca. Sarà che i commercianti si sono accorti che i consumatori, stufi di rincari, compravano meno, e hanno lasciato stare i cartellini. In novembre il ritmo di aumento del costo della vita è rallentato, +0,2% rispetto ad ottobre secondo i dati arrivati ieri dalle città campione, +2,5% in dodici mesi.

    Ha contribuito anche un ribasso della benzina verde, che purtroppo potrebbe avere breve durata dato l’andamento del greggio sui mercati.
    E’ un dato che porta qualche sollievo, quello di ieri. Secondo l’Isae, istituto pubblico di studi economici, tolti i fattori stagionali il ritmo di aumento del costo della vita è ora «sotto il 2% su base annua», e ci può spingere a prevedere che il rallentamento prosegua l’anno prossimo, con un aumento del 2,2% nella media 2004. Ma resta inalterato il problema che da tempo l’Italia ha nell’area euro: stessa moneta, prezzi che salgono più da noi che altrove. Il distacco dalla media rimane di circa un punto percentuale, solo la Grecia e l’Irlanda ora hanno più inflazione di noi.
    In apparente contraddizione con i dati dell’Italia e di altri Paesi, ha parlato ieri di pericolo di inflazione, il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet. Ma il suo obiettivo era un altro. Ha voluto inviare un monito ai governi che continuano a infrangere il patto di stabilità: «le politiche di bilancio indisciplinate potrebbero causare pressioni inflazioniste non desiderabili». Ovvero: se non sarà presa nessuna sanzione contro Francia e Germania i mercati potrebbero avere una reazione di sfiducia contro l’euro, esercitando una spinta al rialzo sui tassi di interesse a lungo termine.
    I dati sui prezzi nelle città campione italiane, che sono 12, sono come al solito piuttosto differenziati. Il rincaro mensile del costo della vita varia dallo zero di Firenze al +0,3% di Torino, Venezia e Napoli. Nell’insieme del Paese ha giovato a contenere il rialzo un calo delle tariffe telefoniche. Rincari marcato invece per il gasolio, per le sigarette estere e, pare, per discoteche e spettacoli vari. Sulla media nazionale di novembre, che sarà comunicata dall’Istat in via provvisoria il 28 e definitiva il 15 dicembre, si scaricherà l’aumento di prezzo dei trasporti pubblici a Roma, che non è tra le 12 città campione.
    Come ormai accade da un po’ di tempo, c’è qualcuno che non ci crede. «L’inflazione reale percepita in ottobre dai consumatori per i beni di largo consumo è stata almeno del 15%» sostengono le varie associazioni riunite nell’Intesa dei consumatori. «All’Istat crede ormai solo il governo – sostiene Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che è una delle associazioni dell’Intesa – mentre i cittadini sanno bene che l’inflazione è ormai molto più elevata». In realtà, ai dati dell’Istat credono tutti gli economisti senza distinzione di parte: la ragione è semplice, se il costo della vita fosse davvero aumentato del 15% la gente non ce l’avrebbe fatta a mantenere il livello dei consumi e avrebbe ridotto gli acquisti; la menzogna nascosta nei dati del costo vita sarebbe stata messa a nudo dai dati sui consumi.
    E’ però vero che l’impressione di un aumento del costo della vita superiore ai dati Istat è molto diffusa tra i cittadini. Tenta di spiegarlo così la Banca d’Italia, nel suo bollettino semestrale di ieri l’altro: i consumatori «sono plausibilmente influenzati dai rincari superiori alla media, dei beni e dei servizi acquistati con maggior frequenza, a cui viene implicitamente attribuito un peso superiore a quello che questi effettivamente hanno nel paniere di spesa». Ed è vero anche, secondo la Banca d’Italia, che i prezzi dei servizi sono cresciuti in maniera abbastanza ingiustificata negli ultimi mesi mentre il potere d’acquisto di salari e stipendi si è ridotto. C’è stata davvero, negli ultimi anni, una redistribuzione di reddito a sfavore dei lavoratori dipendenti. Da qui deriva l’impressione che molti hanno di non farcela ad arrivare alla fine del mese. Non è l’euro ad averne la colpa perché era cominciata prima.
    I dati di ieri sull’inflazione vengono considerati «un’ottimo segnale» dal viceministro per le Attività produttive Adolfo Urso, senza però dimenticare che «occorre ancora molta strada per allinearci alla media europea».

    Per l’opposizione il responsabile economico dei Ds Pierluigi Bersani il differenziale con la media europea va contrastato con «vigilanza sulle tariffe e dosi di liberalizzazione».