Ragazzi derubati ma non in vendita

15/12/2010

È stato un singulto. Un urlo strozzato che ha tradito lo sconcerto, e la sorpresa, di vedere il blindato della Finanza prendere fuoco, insieme all’Alfa abbandonata sul marciapiede di via del Babbuino. Veniva dalle retrovie dei ragazzi incordonati dietro le balaustre che separano la fontana dell’obelisco dall’arena lastricata in piazza del Popolo, oppure da quelli assiepati in alto sulle rampe che portano al Pincio. La voce era quella di almeno diecimila ragazze (in maggioranza) e poi ragazzi, tutti giovanissimi vestiti con tinte scure, molti caschi al braccio, foulard al collo grondanti acqua e limone, occhi lucidi per le decine di lacrimogeni esplosi per ore nel Tridente.
Hanno osservato per più di un’ora la scena tumultuosa di inedita durezza per la storia recente della Capitale. In questo esatto momento è accaduto qualcosa che non si era ancora visto, e nemmeno immaginato fino ad oggi. La scena delle fiamme che mangiano le carcasse d’acciaio, il lancio di segnali stradali, assi di legno, sanpietrini, poi la prima carica della polizia respinta in un corpo a corpo con 500 rioters bardati e coperti ha spinto la folla pacifica dei ventenni, o poco più, ad una risposta corale. In quel suono c’era indignazione, rabbia, orrore. E ci sono stati molti applausi.
Un gesto che dovrà essere compreso a fondo nei prossimi mesi. La sensazione circolata in pochi istanti, tra un andare e venire delle cariche, prima dell’ultima violentissima lanciata dalle gimcane dei blindati dei carabinieri e della finanza, è che si è rotto il velo di una finzione. Nella sospensione di un attimo, nell’emissione di questo suono lungo e gutturale, è emersa la radicale separazione, l’intima estraneità, di una generazione in piazza, quella nata tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta dal resto di una società che dolorosamente ignora cosa sta incubando la sua crisi. Per questo la scena degli scontri bisognava osservarla con le spalle girate rispetto al palcoscenico. In questi momenti bisogna allungare lo sguardo, e andare oltre l’estetica, pur grave, dello scontro. È possibile così ricongiungere discorsi, e comportamenti, che vediamo circolare da molti mesi in Italia. Nelle università, ad esempio, che lottano sempre più intensamente contro l’approvazione del disegno di legge Gelmini, che si presume sia ormai prossimo. E nelle scuole, già rimodulate dalla riforma, che rappresentano in questo momento la mappa in tempo reale di una generazione privata di futuro.
La sua determinazione a restare in piazza del Popolo, e a non disperdersi durante l’affrontamento, se non per tornare a sfilare sul Muro Torto a migliaia, è il segno di un cambiamento rispetto a una vita senza garanzie, precaria sino al punto di avere spolpato le speranze coltivate dalla generazione precedente nata negli anni Settanta, quella legata al sogno tradito del successo personale, dell’autopromozione delle competenze, delle «professionalità» da valorizzare sul mercato. Osservando da vicino le reazioni in tutto il retroscena di piazza del Popolo era possibile rintracciare uno stato, un passaggio, insomma uno scarto verso una disaffiliazione politica rispetto a un paese in cui tutto si compra, i voti, i corpi, il lavoro, ma non l’indignazione. C’era chi commentava il fatto che i voti che hanno salvato, ancora per poche settimane, il governo Berlusconi sono stati espressi da tre ex componenti del centro-sinistra. E c’era chi, ragionando sulla riforma dell’università, non ha nascosto lo sconforto di vedere approvata una legge di questa importanza da un governo che navigherà in acque incerte ancora per molte settimane.
A questa generazione il governo propone un’università su modello Ikea. Spazi vuoti, con sempre meno ricercatori e docenti, disillusi e precari. Spazi che saranno attraversati sempre di più da studenti-consumatori preoccupati dall’accumulo dei crediti, e dai debiti da recuperare. E da una laurea inutile per svolgere dei lavori, e non un lavoro. Per quelli servono solo attitudini al buon servaggio, senso dell’opportunità, conoscenze precise. Non è il presagio di un futuro. È la realtà del presente nel quale un esercito in formazione di ultra-istruiti si confronta con una domanda di bassa qualità delle imprese e della società. «La democrazia è stata violentata» si è letto in uno dei comunicati diffusi in serata dagli studenti. È sul senso della denuncia di questa violenza subìta in anni che non sembrano offrire alternative alla depressione o alla recriminazione, che si gioca il futuro di chi ha vent’anni, oggi.