“Racconto” Quando il «buiofuori» può far accendere la nostra «lucedentro» (M.Rigoni Stern)

29/09/2003




29 Settembre 2003

MARIO RIGONI STERN: ANCHE IL BLACKOUT SERVE A QUALCOSA
Quando il «buiofuori» può far accendere
la nostra «lucedentro»
Le più grandi invenzioni sono state il fuoco, la zattera, la ruota, la stampa
Non certo i telefonini e la televisione. Si può vivere senza tanti artifizi


Mario Rigoni Stern
Che sensazione strana e piacevole ho provato la trascorsa notte: alla solita ora mi sono alzato per andare in bagno e c’era davvero un buon silenzio. E buio. Non sono uso accendere la luce e di notte, per la mia casa, posso girare anche al buio. Scuro era anche fuori; ossia dalla finestra non entravano le luci delle automobili dei ritardatari delle discoteche. Un grande e profondo silenzio e le stelle tra gli squarci delle nubi. Grande, bello e gioioso era Marte e mezzo cielo a Sud. Me ne sono tornato a dormire senza riflettere sul buio sopra il mio paese laggiù a tre chilometri, non sull’insolito silenzio della notte del sabato.
All’alba ho sentito due colpi di fucile, giusti, staccati: tam… tam… «E’ sul lepre», mi sono detto, «l’ha preso». Ascoltando bene ho sentito che anche i segugi si erano zittiti. «Forse sono i segugi del Piero Pöslen, è di domenica che suo figlio viene in questo bosco vicino ai pascoli».
Mi sono alzato, allora, per andare in cucina a scaldarmi il caffè e per fare le spremute d’arancia. Niente: l’accensione elettrica del fornello non funzionava. Cose moderne; ho acceso con un fiammifero… Apersi la radio per sentire il giornale del Terzo e poi la rassegna stampa. Niente anche la radio. Come sempre in questa stagione da noi la temperatura scende a 3°-4° centigradi e, come sempre accesi la cucina economica che fa anche ottima stufa di riscaldamento. Un fiammifero e il fuoco mi riscalda bene la cucina per la solita colazione: pane, latte, miele.
Ma la radio non funziona, non posso ascoltare la rassegna stampa né musica. Rassegnato scendo allora dove sono i contatori per controllare le valvole di sicurezza. Sono a posto.
Mi ricordo, allora, dell’insolito buio notturno e del silenzio sopra il paese; anche le campane della prima messa erano state zitte. Mi siedo in cucina a sfogliare una rivista letteraria, ma mi ritorna il ricordo del buio della notte appena trascorsa: blackout, «buio-fuori», appunto.
Chiudo la rivista e allargo il pensiero; non solo a quelli delle discoteche che il buio ha fatto prima rincasare. Ma a che ora è accaduto? Dalla finestra guardo un branchetto di cince che svolazza tra betulla e larice: è proprio una bella mattina d’autunno. Un tempo andavo sulle montagne alte a caccia di galli forcelli e di pernici bianche.
Squilla il telefono; è un mio figlio che ieri sera è ritornato da una visita di studio delle foreste degli Alti Tatra. Vorrei sentire raccontare delle bellissime foreste di quei monti: – Come è andata? – gli chiedo. Ma lui mi risponde che non ha la corrente; che si è informato e che è così in tutta Italia.
Continuo con i miei pensieri: gli ospedali hanno i gruppi elettrogeni, dicono che i congelatori possono restare senza corrente elettrica per dodici ore. Ecco, sarà dura per quelli che restano chiusi negli ascensori, o per quelli che sono in viaggio sui treni. Peggio sarà per i poveracci che hanno necessità di apparecchiature per la loro salute.
Che bello! Silenzio, niente televisione, poche macchine per le strade, casa tiepida. E’ quasi come l’anno che scrissi
Storia di Tönle, quando una grande nevicata fece cadere la linea telefonica e quella elettrica. E in casa ero ben fornito di tutto: libri, legna, farina, patate, crauti, carne, vino…
Ecco: questo «buiofuori» potrebbe far accendere la «lucedentro». Si può vivere senza tanti artefizi; per anni l’ho provato e con la mente si possono superare e trovare soluzioni che sembrano impossibili. Le più grandi invenzioni dell’uomo sono state il fuoco, la zattera e la ruota. Aggiungo anche la stampa. Non certo i telefonini e la televisione.
Chissà se un blackout sarà capace di far riflettere la gente così dipendente dal «progresso»? Il caro, vecchio Ungaretti mi disse un giorno a Venezia: «A tanto progresso materiale il progresso morale non tiene il passo e le distanze si allungano». Su questo dovrebbe farci riflettere l’incidente della trascorsa notte. E’ il senso del limite che ci fa prendere contatto con la realtà.