Questo sindacato «isolato», assieme a milioni di cittadini

18/10/2002


  Sindacale




18.10.2002
Questo sindacato «isolato», assieme a milioni di cittadini

di 
Bruno Ugolini


 C’era una volta la Cgil «isolata», come una tragica vestale nel deserto. Intenta a additare scenari giudicati «catastrofici», frutto solo d’ossessivi paraocchi politici, incapace di vedere il radioso futuro, i coloriti orizzonti. Sola a proclamare lo sciopero generale, per un giorno non ancora precisato, convinta delle proprie analisi e delle proprie proposte. Eravamo ancora prima dell’estate. Quel giorno è venuto. E’ oggi. Staremo a vedere come risponderà all’appello il popolo del lavoro, dei mille lavori. Una cosa però si può dire subito. La Cgil, semmai è stata sola, oggi non lo è più. Non intendiamo tirare in ballo i vari movimenti che stanno dalla sua parte, magari guardati con sospetto da benpensanti anche di sinistra. Alludiamo ad associazioni al di sopra d’ogni sospetto, care a chi è ossessionato dalla voglia di coccolare i cosiddetti ceti moderati. Qualche nome? La Confindustria, la Confcommercio. Sono venute dal loro seno, per ragioni diverse, voci aspre di condanna e di preoccupazione. Spesso suggerite dal documento più importante emanato dal governo onde incidere sulla realtà economico sociale: la Legge Finanziaria. E’ la peggiore del dopoguerra ha sostenuto Antonio D’Amato, infrangendo, magari a malincuore, perché assediato da imprenditori incattiviti, quel patto di Parma.

E poi hanno parlato i fatti. A cominciare dalla messa in discussione dell’impero Fiat con tutte le conseguenze che rischiano di buttar fuori l’Italia dal Club dei Paesi più industrializzati. Un tracollo a cui il governo rispondicchia, cercando di trarne qualche vantaggio, e lasciando fuori dai suoi negoziati, più o meno sotterranei, addirittura quello che dovrebbe essere il suo maggior esperto, il responsabile delle cosiddette attività produttive.

E’ uno scenario che dimostra come la Cgil avesse ragione a proclamare quello sciopero e a mantener fede alla parola data. Ed è un vero peccato che oggi debbano mancare all’appuntamento la Cisl e la Uil. Anche se siamo convinti che in qualche modo saranno presenti. Lo saranno con molti dirigenti e lavoratori delle due organizzazioni che non saranno assenti dall’impegno, non faranno i crumiri. Questo soprattutto per un fatto: nello sciopero generale non ci saranno le loro sigle, ma ci saranno molte delle loro ragioni, molti motivi delle proteste spesso riproposte in questi giorni.

Le ragioni del Sud, del Mezzogiorno dimenticato, le ragioni dei contratti da fare e che fanno a pugni con le cifre della Finanziaria, le ragioni dei lavoratori della Fiat e di una politica industriale sgangherata, le ragioni dei professori, degli studenti. Non c’è, certo, in campo, la difesa di quel patto con l’Italia che Cisl e Uil hanno firmato. C’ da chiedersi però, oggi, che cosa sarebbe accaduto se anche la Cgil, paradossalmente, avesse firmato quell’intesa e si fosse legata le mani. Quali contraccolpi si sarebbero avuti, ad esempio, per le forze politiche d’opposizione, a cominciare dall’Ulivo? E oltretutto quel Patto – con le briciole che dava per gli ammortizzatori sociali e quel tanto che chiedeva per il mercato del lavoro, a cominciare dalle ipoteche sull’articolo diciotto – sembra sparito. Nessuno lo considera più la panacea di tutti i mali.

Sciopero generale, dunque, con motivazioni concrete, forti. Non mancano però coloro che sostengono, anche in queste ore, scuotendo la testa, che è uno sciopero inutile. Lo fa, buon ultimo, il mio amico Antonio Polito, inaugurando il numero zero del suo nuovo giornale, , uscito in Internet proprio ieri, qualche giorno prima della prevista apparizione nelle edicole. Una cantilena già sentita, sempre sentita. Perché scioperare? A che cosa serve? Che cosa cambia? Devono averla ascoltata, nel secolo che ci sta alle spalle, anche tutti quei lavoratori che hanno scioperato, lottato, magari per ottenere otto ore di lavoro, magari per ottenere il diritto ad ammalarsi, il diritto a riunirsi in fabbrica, il diritto a fare un sindacato. E’ sempre stato così. Loro scioperavano, chiedevano, spesso ottenevano. E sempre c’era qualcuno che diceva: . Invece no, sono sempre serviti, magari a volte solo per dare la sveglia, hanno accompagnato la vera crescita moderna di un Paese, quella vera, non quella fasulla. Hanno dato fiato e speranze a chi non si accontenta di guardare, aspettare e votare ogni quattro anni. Oggi, in fondo, il sindacato torna a fare il suo mestiere. Non il mestiere di una corporazione, ma di un soggetto politico autonomo. Torna ad avanzare possibili vie d’uscita alla crisi che mette in gioco i destini di tante persone e a dire la verità: il re è nudo, urgono rimedi.