Questo è il Paese dei patrimoni

24/01/2001
lunedi , 15 gennaio 2001
ECONOMIA


Questo è il Paese dei patrimoni

I salari netti sono ormai solo i tre quinti del totale. Crescono enormemente rendite e profitti
Alvi Geminello

Questo è il Paese dei patrimoni «Nel mondo moderno un po’ di agiatezza è concessa soltanto a quelli che non lavorano», scriveva nel 1913 Charles Péguy. Quanta ragione avrebbe oggi. Le statistiche elaborate per Corriere Economia e pubblicate a pagina 2 mostrano lo straordinario cambiamento dell’ origine dei redditi nel nostro Paese. Soprattutto nel corso degli anni Novanta. L’ Italia, si può affermare, statisticamente non è più un Paese fondato sul lavoro: è un Paese fondato sui patrimoni. La quo ta di reddito nazionale lordo che va ai salari netti è in costante riduzione: dal 56% del 1980 al 47% del 1990 al 40% del 1999. In parallelo, aumentano la quota di rendite e pensioni, dal 22 al 31%, e, in particolare dalla metà degli anni Novanta, la quota dei profitti netti, passati dal 24,5% del ‘ 94 al 28,6% del ‘ 99. Tre quinti del reddito disponibile è insomma quello che una volta si chiamava surplus. L’ analisi del reddito nazionale lordo, da un po’ di anni trascurata dagli economisti (ma non, in verità, dalla Banca d’ Italia), assume un interesse particolare mentre si avvicina la probabile fine di un ciclo economico segnato, a livello internazionale ma anche in Italia, da una forte crescita della ricchezza finanziaria, passata, negli anni Novanta, nei maggiori Paesi industriali, dal 210 al 360% del volume annuo dell’ attività economica. E da Borse che hanno visto salire la loro capitalizzazione dal 40 al 125% del Pil. E’ stato un decennio, quello appena concluso, che ha insomma spinto a cambiamenti molto consistenti la formazione del reddito. In parte, questi dati pongono un problema di giustizia. Ma solo in parte: è vero che il 7% degli italiani possiede il 44% della ricchezza ma occorre anche dire che il surplus si ridist ribuisce abbastanza grazie a pensioni e Bot. Il problema vero è come ricomporre morale ed economia in una società nella quale i patrimoni pesano sempre di più e il lavoro sempre di meno. Gli strumenti di analisi e di interpretazione marxista non semb rano proprio essere adeguati a capire questo passaggio. Nemmeno quelli «riformati» nel concetto di plusvalore da Baran e Sweezy. Probabilmente, le indicazioni più utili vengono ancora dal liberista Adam Smith, che era ben cosciente di quanto una situ azione del genere potesse annientare le migliori virtù economiche. Geminello Alvi a pagina 2

Arretrati