«Questo è ferragosto a metà aprile»

17/04/2002



«Questo è ferragosto a metà aprile»

di 
Oreste Pivetta


 Una giornata particolare che sarà indimenticabile per quest’Italia, che si ritrova unita per difendere i propri diritti, i diritti dei lavoratori, la propria democrazia, la libertà di partecipare, di contare, di decidere. Migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone: per lo sciopero generale. I conti sono magari difficili e pesano le impressioni individuali, di chi ha visto le piazze, percorso le strade, attraversato le stazioni. Gli aeroporti vuoti, le saracinesche dei negozi abbassati (non solo quelle dei McDonald’s, che temevano magari i no global), i turisti che chiedevano le ragioni di tanto movimento davanti alle porte chiuse dei musei e poi si infilavano nei cortei o almeno li fotografavano. Chi c’era ai cortei e chi non c’era e però ad esempio spiegava che quei famosi diritti sono ancora una chimera in tanti posti e uno sciopero è un rischio …
I dati sul fabbisogno di energia elettrica (forniti dal Grtn, il gestore della rete di consumo dell’energia) indicavano per le tredici di ieri consumi di poco superiori a quelli di domenica scorsa alla stessa ora (28.455 mw contro 25.052), un giorno di festa. Anche Cofferati ha citato il consumo d’energia, per concludere che l’Italia si è fermata. Lavoratori dipendenti, precari, disoccupati, pensionati. Colpiva la presenza di tanti giovani, i figli appunto. Insieme. Berlusconi è riuscito nel miracolo: unire il paese del lavoro, quelli che il lavoro ce l’hanno e quelli che lo aspettano.
Le immagini sono le piazze stracolme di folla, le strade lontane dai cortei invece deserte, silenziose, il traffico raro, i tram e gli autobus semi vuoti. Una città di ferragosto (ferragosto a metà aprile, hanno scritto nel loro comunicato anche i sindacati) e poche centinaia di metri più in là una città che risuona di cori (si risentono Bella Ciao e l’Inno dei lavoratori), di slogan, di comizi. Pacificamente, come sa essere pacifico un corteo di lavoratori, gridando parole di protesta: nè schiavi, nè padroni, stralciamo Berlusconi, i diritti non si toccato. A Roma si sono inventati per il capo del governo «Papa Pio tutto». Volavano palloncini: articolo 18, chi tocca scoppia. Sono volati anche uova e qualche sasso, a Torino, contro le sedi di Forza Italia e della Lega, e sono una brutta storia, diventeranno un pretesto, ma un pretesto resteranno. Non guasteranno la giornata di tanta gente che difende i propri diritti e che testimonia ancora una volta il proprio senso di responsabilità: chi si fa carico ancora degli interessi collettivi, senza nessun conflitto d’interessi anche se si sono inventati un “conflitto d’interessi” con la favoletta dei padri contro i figli, dei garantiti contro i disoccupati…
Difficile dire che cosa valga di più: i trecentomila di Milano e Bologna, oppure i dodicimila di Oristano e di Sassari, i quattrocentomila di Firenze o gli ottomila di Campobasso, le migliaia di bandiere della Cgil della Cisl e dell’Uil o le seicento dello Sdi contate a Napoli, i carabinieri che non fanno ovviamente sciopero ma esprimono in un comunicato la loro solidarietà, i diecimila di Trieste che improvvisano un corteo spontaneo, persino gli iscritti del sindacato di destra, i quindicimila dell’Ugl e della Cisal, che protestano: il governo sbaglia, il governo deve tornare indietro…, i trecentomila dei Cobas, i no global di Casarini e Agnoletto, gli immigrati, i senegalesi che vendono e gli slavi dei cantieri edili… Certe parole non si sprecano, ma quello di trenta piazze italiane è stato davvero un popolo.
Che cosa vale di più? Il nord est, il profondo nord est friulano, che è un labirinto di piccole e piccolissime aziende, di imprese che sono cresciute grazie al “nero” diffuso, ha scioperato compatto, una sorpresa probabilmente per gli sindacalisti. Hanno scioperato i dipendenti del presidente della Confindustria, D’Amato. Si sono affollate le piazze del Sud, Catanzaro, Bari, Palermo. Non hanno scioperato invece i dipendenti di Acinnova di Milano: all’unanimità hanno deciso di lavorare e di devolvere la loro giornata a favore dei familiari di Ion Cazacu, il muratore romeno bruciato vivo da un imprenditore edile di Gallarate e morto proprio due anni fa all’ospedale di Genova. «La riforma dell’articolo 18 ci tocca come lavoratori in prima persona», hanno affermato in un comunicato. Ma hanno scelto di aiutare così la famiglia di un immigrato morto per il proprio lavoro. Non hanno scioperato i dipendenti, trecento, della Geox di Montebelluna. Il padrone dice che si è creato un «clima positivo, di fiducia reciproca» nell’azienda. Sarebbe interessante verificare. Potrebbe essere un buon esempio per tutti, anche se la solidarietà è un valore… La penisola sembra uguale da un capo all’altro.

In corteo a Milano c’era anche Antonio Pizzinato. Come segretario regionale in Lombardia aveva organizzato lo sciopero generale di vent’anni fa. Poco dopo sarebbe stato il successore di Luciano Lama. Ricorda bene quella giornata: «Era uno sciopero contro la Confindustria che aveva disdettato la scala mobile in modo unilaterale. Tanti giovani, un’altra generazione, adesso sono qui per chiedere per sè i diritti che hanno conquistato i loro padri»