Questo Dpef non piace a nessuno

23/07/2002


23.07.2002
Questo Dpef non piace a nessuno

di 
Gianni Marsilli


 «Avevamo allertato l’infermeria, ma come avete visto non è servita». La battuta è di Luciano Violante, presidente ds alla Camera e quindi padrone di casa, lunedì, all’incontro tra Ulivo e sindacati nella sede del gruppo ds. In effetti le premesse non erano delle migliori: lo strappo all’unità sindacale è recente ed è stato forte e secco. Ci vorrà tempo per ricucirlo. Eppure lunedì si è riusciti a mettere attorno allo stesso tavolo Cofferati, Angeletti e Pezzotta. Non da soli, beninteso: sarebbe prematuro, dopo due sole settimane dalla firma del Patto per l’Italia da parte di Cisl e Uil. Si è fatto invece assieme a Rutelli, Fassino, ai capigruppo parlamentari e a vari deputati dell’Ulivo tutto intero.
All’ordine del giorno, il giudizio sul Dpef e sulla finanziaria, e più in generale sulla politica economico-sociale del governo. A dare un senso preciso all’incontro ha inoltre contribuito suo malgrado Silvio Berlusconi. Lunedì mattina, da Bruxelles, aveva infatti fatto sapere che di soldi in cassa ce ne sono pochi, e che le sue riforme non hanno copertura finanziaria, a cominciare da quella tanto conclamata della Farnesina: «E’ la dimostrazione – ha chiosato Fassino – che le nostre preoccupazioni, come quelle del sindacato, sono più che confermate».
Su cosa si sono ritrovati d’accordo i sindacati e l’Ulivo? A giudizio di Piero Fassino sulla «comune preoccupazione» che le proposte del governo non siano capaci di assicurare crescita e sviluppo in misura adeguata; che vi sia un taglio alla spesa sociale, come scuola e sanità; e anche che vengano umiliati gli enti locali, e quindi che abbiano a soffrirne l’assistenza agli anziani, all’infanzia, l’inclusione degli immigrati. Il giudizio comune porta anche sul fatto che «il tasso programmato di inflazione che propone il governo non sia realistico», e che quindi nella finanziaria non vi siano le risorse per i rinnovi contrattuali, a partire da quelli del pubblico impiego.
I segretari di Cisl e Uil non hanno contraddetto quanto riferito da Fassino al termine dell’incontro. Angeletti (Uil) ha parlato di «incontro utile perchè ci ha permesso di vedere le reciproche opinioni sul Dpef, tanto che ci siamo dati appuntamento per la discussione che si farà sulla finanziaria». Quanto a Pezzotta, ha confermato le sue inquietudini sul tasso d’inflazione programmato: «Troppo basso, non aiuta a recuparare il potere d’acquisto dei salari». E il Patto per l’Italia, che a giudizio di Cofferati è parte integrante del Dpef? «Noi crediamo – dice Angeletti – che i patti che vengono sottoscritti devono essere rispettati. Quindi, se anche l’opposizione farà il suo compito, in modo che il governo riduca le tasse per i redditi più bassi e trovi i finanziamenti per i nuovi ammortizzatori, noi non potremo che essere soddisfatti». Analoghe considerazioni da parte di Pezzotta: «Le parti relative all’accordo tra parti sociali e governo recepite nel Dpef le sosteniamo, e faremo in modo che vengano attuate, finanziate e implementate». Com’era prevedibile, sul Patto le divergenze sindacali non sono mutate: «Noi abbiamo fatto le nostre osservazioni, la Cgil le sue, e non mi sembra che ci siano molti punti di incontro di questi tempi», ha concluso ruvidamente Pezzotta.
Toni diversi ha avuto infatti Sergio Cofferati, che giudica il Dpef «inefficace, sbagliato e anche pericoloso», aggettivi che non hanno pronunciato né Angeletti né Pezzotta: «Certo, com’è ovvio ci sono posizioni diverse sul Dpef e ancora di più sul Patto per l’Italia che noi non abbiamo firmato perché lo riteniamo una pessima soluzione. Non c’è nessun contributo all’economia italiana mentre c’è una lesione dei diritti dei futuri lavoratori». E’ per questo che la Cgil ha già messo in calendario uno sciopero generale ad ottobre e la raccolta di firme: «Gli altri – ha concluso Cofferati, con ruvidezza pari a quella di Pezzotta – dovranno decidere cosa fare. Noi abbiamo già deciso».
Ripetiamo: non era un incontro tra sindacati. Era quindi del tutto fuori luogo aspettarsi accelerazioni unitarie in quella sede. Resta il fatto che rimettere insieme i tre leader per un paio d’ore di discussione era impresa tutt’altro che scontata. Ha detto Rutelli: «Tutto quello che potremo fare come Ulivo per essere un ponte di dialogo tra posizioni differenti lo faremo, perché il governo, purtroppo, sta fallendo tutti i suoi traguardi di politica economica e ci aspetta un autunno molto preoccupante per quel che riguarda scuola, sanità, pressione fiscale…noi vogliamo difendere chi ha di meno». Fassino ha rincarato la dose, definendo «fallimentare» l’azione di Giulio Tremonti. Pezzotta e Angeletti, pur condividendo le preoccupazioni di cui sopra, sono sembrati attestati sul “wait and see”, in attesa di verificare se gli impegni che il governo ha assunto con loro saranno onorati. Cofferati, da parte sua, non ha potuto che confermare il suo giudizio su Patto e Dpef: «Le differenze tra di noi mi paiono un dato oggettivo: molti dei contenuti del Patto sono i contenuti del Dpef. Credo quindi che sia naturale che le differenze rimangano». No, l’unità sindacale non si è ritrovata d’incanto. Però si sono perlomeno individuate alcune valutazioni comuni sulla politica economica del governo e sui suoi pericoli.
Quanto all’Ulivo, sta lavorando ad una contro-risoluzione parlamentare sul Dpef: prenderà di mira il quadro macro-economico di riferimento, giudicato «eccessivamente ottimistico», la carenza di informazioni sugli strumenti con cui il governo intende raggiungere gli obiettivi indicati, il bilancio negativo del primo anno di attività del governo in campo economico-finanziario. Dal punto di vista propositivo, si punterà sul rilancio della competitività delle imprese, sulla difesa della coesione sociale come fattore di sviluppo, sul federalismo fiscale. E’ stato Pecoraro Scanio a riassumere lunedì con una battuta la posizione di Berlusconi: «Non gli riesce più il gioco delle tre carte». Come dimostra l’analisi della Corte dei Conti sul Dpef: la manovra potrebbe costare 19 miliardi di euro, e non i 12,5 annunciati dall’esecutivo.