«Questo accordo è anticostituzionale»

17/06/2010

Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale all’università di Roma La Sapienza, legge il testo che sarà sottoposto al referendum degli operai di Pomigliano e dice: «Sembra di essere tornati indietro di trent’anni, si parla di orari di lavoro, tempi, ritmi emancate pause, il taylorismo in piena epoca post industriale».
Professore, non è legittima questa limitazione dei diritti se si tratta di salvare il posto di lavoro?
Assolutamente no, perché i diritti costituzionali in generale, e i diritti fondamentali in particolare e tra questi il diritto di sciopero, sono indisponibili anche alle parti private. Non possono essere compressi da un accordo tra imprenditori e organizzazioni sindacali.
E se l’accordo sarà firmato, che succederà?
I singoli lavoratori potranno andare davanti a un giudice per far valere i loro diritti. Mi pare che questo accordo tende a una riduzione della conflittualità all’interno della fabbrica – almeno così dichiara la Fiat – ma otterrà una crescita della conflittualità nei tribunali. Prima davanti ai giudici del lavoro e poi quando verranno sollevate delle eccezioni davanti alla corte costituzionale.
I pretori del lavoro non ci sono più.
Eppure in questo quadro regressivo l’unico versante sul quale si può ancora puntare, alla fine e come al solito, sarà affidarsi ai giudici per stabilire quali sono i diritti inviolabili. E non è una buona cosa per nessuno, né per i sindacati
né per gli imprenditori. Perché le relazioni sociali e quelle sindacali dovrebbero essere lasciate alla contrattazione delle parti, non devono essere i giudici a decidere sulle clausole contrattuali. Maquando si supera il limite della costituzionalità e si incide su conquiste sancite da leggi
e giurisprudenza non c’è altra scelta.
Pensa sia per questo che, nonostante il governo parli di accordo «che farà scuola», il Pd, insiste a dire che deve trattarsi di un caso unico?
Come può spiegare ogni giurista, l’eccezione nel diritto non è prevista. Si tratta di certo di un accordo che farà scuola. Si può politicamente tentare di dire che questa strada non dovrebbe essere seguita da altri, ma se questi principi si affermano a Pomigliano saranno applicabili in qualsiasi altra fabbrica. Lei vede nell’accordo una violazione del diritto di sciopero, articolo 40 della Costituzione. Tremonti ha messo all’indice l’articolo successivo, quello sulla finalità sociale dell’impresa.
C’è un legame tra le due insidie?
C’è un evidente legame ideologico. In entrambi i casi si vuole affermare il principio della centralità dell’impresa. Il nostro sistema costituzionale invecemette al centro i diritti delle persone.
L’articolo 41 così come l’articolo 40 chiariscono che l’iniziativa economica privata -la nostra Costituzione non parla mai di impresa – non è un assoluto ma è subordinata alla tutela dei diritti della persona.
Quello che propone Tremonti è un ribaltamento culturale rilevantissimo, al di fuori della tradizione delle costituzioni del secondo dopoguerra.
Più che ideologica sembra un’offensiva molto pratica. Dico che l’iniziativa di Tremonti è fortemente ideologica perché anche il famigerato terzo comma dell’articolo 41 che si vuole cancellare – «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» – non ha mai prodotto alcun effetto. Lo ricorda persino una persona sensibile alle ragioni dell’impresa come il professor Ichino. La Corte costituzionale non ha mai applicato quelle disposizioni per limitare la libertà di impresa, semmai per favorirla.
Quindi qual è la ragione per modificare un articolo che sostanzialmente non da fastidio?
La mia risposta è: per affermare una centralità costituzionale diversa, quella dell’impresa. Vede reazioni all’altezza di questo attacco alla Costituzione che descrive? No, ma non mi meraviglio. È dalla metà degli anni Settanta, dalla Grande Riforma craxiana che ci viene ripetuto che la Costituzione è vecchia e va superata. Oggi abbiamo un sistema politico, non solo un governo di centrodestra, che in larga parte vede la Carta come un impiccio. Non è sempre così: in difesa della libertà di informazione si sono sollevati movimenti e giornali.
Secondo lei perché settori che non definirebbero mai la Costituzione «un inferno», non vedono la minaccia ai diritti del lavoro, anzi invitano a firmare l’accordo Fiat?
Può essere un segnale della subalternità al momento di crisi economica. Ma più probabilmente maggioranza e opposizione non si accorgono che demolendo la Costituzione, o non difendendola appieno, segano il ramo su cui tutti, governo, parlamento e sistema politico, sono seduti. L’unica ragione per cui si esercita il potere legittimamente è perché lo prevede la Costituzione.
Un’ultima domanda che forse avrei dovuto farle prima, lei l’ha mai vista una fabbrica?
Sa, il capo dei negoziatori Fiat, Rebaudeng, ha detto che i giuristi criticano ma non sanno di cosa parlano…
Sì l’ho vista. E sono rimasto impressionato dalla disumanità della catena di montaggio. È quella l’inferno, non la Costituzione.