Questione salariale: le parole e i fatti (S.Fassina)

11/12/2007
    martedì 11 dicembre 2007

      Pagina 29 – Commenti

        Questione salariale: le parole e i fatti

          Stefano Fassina

            In Italia, è presente una difficile, per molti versi drammatica, questione salariale. Ed hanno fatto bene Cgil, Cisl, Uil a metterla al centro della loro agenda e in quella delle forze politiche. La questione salariale si manifesta in molti modi, non solo con il calo dei consumi durante l’ultima settimana di ogni mese: ad esempio, si manifesta con le tragedie che quotidianamente mietono vittime tra i lavoratori, in particolare operai. Tali tragedie, infatti, sono anche la conseguenza di troppo lavoro straordinario.

            Troppo, ma necessario a compensare la insufficiente remunerazione del lavoro ordinario. La questione salariale italiana è, in parte, condivisa con gli altri paesi sviluppati: nell’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale viene descritto l’aumento della disuguaglianza dei redditi in tutti i paesi sviluppati ed individuati i fattori comuni dietro tale aumento. Negli Stati Uniti, il peggioramento relativo delle condizioni e, soprattutto, delle prospettive economiche delle working families e delle classi medie è al centro della campagna elettorale e porta anche i candidati dal curriculum pro-global, come Hillary Clinton, lungo dannose derive protezioniste.

            Tuttavia, da noi, il problema salariale, come tanti nostri problemi condivisi con gli altri Paesi sviluppati, si presenta in forme più acute. Per diverse ragioni. La prima ha a che vedere con la nostra specializzazione produttiva: siamo un paese specializzato nei settori economici tradizionali (tessile, abbigliamento, calzature, cuoio, mobili, elettrodomestici, ecc), i settori dove, nel decennio alle nostre spalle, è stata più intensa la pressione competitiva degli ultimi arrivati, ossia i Paesi dell’estremo oriente e del subcontinente indiano, i quali, come noto, sono caratterizzati da un costo del lavoro molto inferiore al nostro.

            Per resistere alla competizione, le nostre imprese hanno agito sul costo del lavoro e quindi sulle retribuzioni. Anzi, c’è stato un periodo durante il quale la Confindustria di D’Amato, a braccetto con il governo Berlusconi, ha tentato di sostituire irrecuperabili svalutazioni della Lira con inaccettabili svalutazioni del lavoro (ricordate lo scontro sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?).

            La seconda ragione, soltanto in parte connessa alla prima, per spiegare il nostro problema salariale è l’andamento della produttività. Nell’ultimo decennio, la produttività nell’economia italiana ha smesso di crescere, anzi nei primi anni del secolo, è addirittura diminuita. Ecco il punto. Retribuzioni e produttività viaggiano di pari passo: le prime non possono aumentare sistematicamente senza corrispondenti aumenti della seconda. La produttività di una comunità dipende, a sua volta, da molte variabili: dall’innovazione di prodotti e processi, alla regolazione concorrenziale dei mercati; dall’efficienza delle pubbliche amministrazioni, al livello e qualità della scolarizzazione; dalla dotazione di infrastrutture materiali, alla dimensione e agli assetti di governance delle imprese. Per affrontare la questione salariale è necessaria, quindi, una politica economica di attacco alle cause della stagnazione della produttività.

            Se l’analisi appena abbozzata ha qualche fondamento, dovrebbe essere chiaro che la piattaforma approvata il 24 novembre a Milano, all’assemblea nazionale delle confederazioni sindacali è fuori tiro, nonostante il bel titolo («Per valorizzare il lavoro e far crescere il Paese») e qualche frase di circostanza sull’importanza della crescita economica nell’incipit del testo. Ovviamente, è sacrosanto invocare un assetto fiscale con maggiore efficacia redistributiva e chiedere la riduzione delle imposte sul lavoro dipendente e sui pensionati. Tuttavia, dare priorità, ora, ad ingenti interventi fiscali non porta da nessuna parte. È una scorciatoia illusoria, forse segno di subalternità culturale delle classi dirigenti dei sindacati. È vero, va di moda attribuire alla pressione fiscale l’origine di tutti i mali italiani. Lo fanno quotidianamente tutti i leader delle associazioni di rappresentanza delle imprese e del lavoro autonomo. Invocare la riduzione delle imposte si dimostra finanche utile ad essere annoverati, strumentalmente, tra i “moderni”, dai certificatori del riformismo doc assisi in via Solferino. Tuttavia, rimane una scorciatoia illusoria. La priorità, oggi, in Italia è l’accumulazione del reddito, non la sua reditribuzione. Infatti, se la produttività fosse aumentata a fronte di retribuzioni ferme, avremmo avuto un problema di distribuzione del reddito. Poiché, anche la produttività è ferma, il problema è l’accumulazione del reddito. Pertanto, anche una riduzione di imposte della dimensione prospettata a Milano dalle tre confederazioni sindacali (un punto di Pil, ossia 15 miliardi di euro all’anno alla fine di un indefinito medio periodo) potrebbe solo rallentare la caduta del reddito pro-capite dei lavoratori italiani (e dei pensionati). Così come, simmetricamente, una riduzione di imposizione fiscale sul reddito d’impresa di analoga portata darebbe soltanto una effimera boccata di ossigeno agli imprenditori in difficoltà. Invece, per invertire la caduta del reddito da lavoro e per dare solide fondamenta alla competitività delle nostre imprese si deve insistere sulle riforme. Quelle riforme sulle quali è impegnato, con fatica e contraddizioni, il governo Prodi. Allora, Cgil, Cisl, Uil per affrontare seriamente la questione salariale dovrebbero insistere per la riqualificazione di scuole ed università, per il completamento delle infrastrutture materiali in cantiere da decenni, per la diffusione dei principi di merito e di responsabilità nelle pubbliche amministrazioni, per l’operatività dei programmi di «Industria 2015» a sostegno di ricerca ed innovazione, per l’approvazione in Parlamento delle misure di liberalizzazione di mercati di beni e servizi, in particolare servizi professionali e servizi pubblici locali. Queste sono le priorità. Se affermate, determinerebbero effetti sul reddito disponibile di lavoratori e pensionati molto più forti di quelli derivanti dalla riduzione di imposte invocata a Milano. Quindici miliardi di euro divisi per lavoratori dipendenti e pensionati darebbero, alla fine del medio periodo previsto dalla piattaforma sindacale, circa 600 euro all’anno a lavoratore o pensionato. Meno, molto meno, di quanto lavoratori e pensionati potrebbero guadagnare in termini di potere d’acquisto se si approvasse e fosse poi resa operativa la terza “lenzualata” di misure di liberalizzazione bloccate in Parlamento da corporazioni miopi.

            Per valorizzare il lavoro e far crescere il Paese, Cgil, Cisl e Uil e le associazioni di rappresentanza delle imprese dovrebbero parlare un po’ meno di tasse e un po’ più di riforme strutturali. Riforme necessarie a rafforzare e diffondere i processi di riorganizzazione in atto in molte unità produttive. Riforme necessarie a generare la produttività da ridistribuire per via fiscale e contrattuale.