«Questi qui non hanno alcun senso dello Stato…»

26/03/2002


La Stampa web






    personaggio
    Federico Geremicca


(Del 26/3/2002 Sezione: Interni Pag. 3)
NEL FORTINO DELLA CGIL, IL GIORNO DELLA NUOVA ROTTURA
«Questi qui non hanno alcun senso dello Stato…»
Cofferati: «Per denunciare collusioni col terrorismo si va dal magistrato non si dà una intervista». Il sindacato querela Bossi, Martino e Sacconi

ROMA

CORSO d´Italia, il brutto palazzone della Cgil, quarto piano, il largo corridoio che conduce agli uffici del segretario, esattamente le due del pomeriggio. Sergio Cofferati ha la faccia dei giorni peggiori. E´ lì che passeggia avanti e indietro con l´erede designato, Guglielmo Epifani, e con Achille Passoni, l´uomo-macchina delle grandi manifestazioni Cgil, l´eroe – insomma – del trionfale sabato 23 marzo. Il volto buio, teso e preoccupato, tradisce perfettamente l´umore del momento. «Non ci credo, non ci credo che sia solo imperizia – sussurra il Cinese -. Se il giorno prima di un incontro così importante, se alla vigilia della ripresa del confronto con le parti sociali due ministri ed un sottosegretario si scatenano in accuse così infamanti al sindacato, non può essere solo per imperizia. Quel che manca, è il senso dello Stato. Alcuni degli uomini chiamati a governarci, evidentemente, non hanno idea di cosa sia, il senso dello Stato». Dalle finestre, filtra una luce vivida, abbagliante, mentre il vento scuote le cime degli alberi. Dalle finestre, si vede bene la camionetta della polizia tornata a piantonare la sede del più grande sindacato italiano. Erano anni che non c´era più… Tre piani più sotto, mezz´ora prima, Sergio Cofferati aveva risposto a modo suo – e cioè in modo durissimo – alle interviste ed agli articoli con i quali Martino, Bossi e Maurizio Sacconi avevano accusato la Cgil di contiguità col terrorismo, e addirittura di rottura dell´ordine costituzionale a causa della manifestazione di sabato a Roma. «Abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di adire le vie legali per tutelare la verità e l´onore della Cgil e del suo segretario – aveva annunciato ad una bolgia di cronisti e telecamere un Cofferati freddo e determinato -. Inoltre, abbiamo appena inviato una lettera al presidente del Consiglio per segnalargli i fatti e chiedergli una smentita formale. In assenza di un tale atto, considereremo quegli articoli e quelle interviste come condivise dal capo del governo: e ciò renderebbe impossibile riprendere il confronto con chi considera la nostra posizione ambigua o addirittura contigua al terrorismo». Guglielmo Epifani tiene le mani incrociate sul petto, Achille Passoni fa avanti e indietro da questa o quella stanza. Sergio Cofferati, invece, sembra non riuscire a farsene una ragione. «Se tu hai un sospetto – spiega – mettiamo un sospetto che riguardi presunti rapporti tra il sindacato e i gruppi terroristici, allora vai dal magistrato e li esponi, non ti metti a scrivere articoli o a dare interviste. E´ questo modo di fare, è questa leggerezza che mi fa dire che quel che si è smarrito è il senso dello Stato. In più, ci chiedono di fare delazione: e chiederci una delazione significa immaginare che il sindacato sappia delle cose – dei nomi, dei fatti, degli episodi – e non le dica. Ripetono che i terroristi devono avere degli informatori negli ambienti che si occupano di politiche del lavoro. Aggiungono che potrebbe esserci una talpa nel ministero del Welfare…». Achille Passoni lo interrompe: «La Cgil è un sindacato debole, in quel ministero. Ormai, ci andremo a fare iniziative una volta ogni paio di mesi…». Il Cinese riprende: «Dissero le stesse cose anche per D´Antona: ora siamo di nuovo a quel punto lì. Ci sono stati dei ritardi nelle indagini dopo quell´assassinio, lo denunciai in un momento non sospetto…». Tre ore più tardi, ancora nel largo corridoio al quarto piano di Corso d´Italia. Qualcuno da una stanza di segreteria urla che è arrivata la risposta di palazzo Chigi alla richiesta avanzata a fine mattinata da Sergio Cofferati. Alla Cgil, il testo sembra deludente: definisce la stessa convocazione delle parti sociali – e dunque del sindacato – la prova che il governo non considera né la Cgil né altre organizzazioni sindacali colluse col terrorismo. Il Cinese riunisce i membri della segreteria presenti in sede: Epifani, Carlo Ghezzi, Betty Leone e Carla Cantone restano con Cofferati pochi minuti. La riposta della Cgil – e della Cisl e della Uil – è netta: la presa di distanze di Berlusconi è insufficiente, il sindacato non torna al tavolo della trattativa. Non è una scelta facile, ed è forse un azzardo immaginare che Sergio Cofferati non aspettasse che un pretesto così per bloccare la ripresa della trattativa. Ma nella conferenza stampa di qualche ora prima, il Cinese aveva spiegato con chiarezza come starebbero le cose, secondo lui: «La Cgil è sempre stata in prima linea nella lotta al terrorismo e non si è mai sottratta al confronto. Ora, la questione è che al vertice di domani dovrebbero sedere di fronte a noi alcuni di quelli che hanno sostenuto che la Cgil ha collusioni col terrorismo. Ci chiedono di fare nomi, di denunciare fatti, di fare i delatori: sono affermazioni gravissime. Berlusconi deve smentirle formalmente». Prima che tutto precipitasse, nell´interminabile intervallo che è intercorso tra la richiesta del Cinese e la risposta del premier, Cofferati rimuginava su alcune delle accuse più insidiose rivoltegli dagli uomini di governo. «Il vecchio sindacalismo di Lama sapeva alzare dighe, distinguersi dai radicalismi che mettono sullo stesso piano gli omicidi delle Br e le violenze dello Stato», aveva affondato Maurizio Sacconi. Il Cinese scuoteva la testa: «Il riferimento a Lama è solo un tentativo di dividerci, un orpello polemico. La sostanza degli attacchi che ci hanno rivolto nasce dalla necessità che hanno di rispondere alla nostra manifestazione di sabato. Quello è il punto, il resto non è importante». Sarà. Sarà come si sforza di credere il Cinese. Ma certo la sua partita si sta facendo sempre più rischiosa. Troppe cose ha caricato – e non sempre per personale responsabilità – sulle sue spalle: la difesa dei diritti, il tenere in piedi una qualche opposizione al governo Berlusconi, il tentare di rivitalizzare e dar fiducia alle truppe smarrite del centrosinistra. Forse troppo per un uomo solo. Il cui successo, paradossalmente, continuerà a dipendere più dagli errori altrui che dalla pur evidente forza della Cgil. Come le ultime 48 ore hanno mostrato in maniera fin troppo evidente…