«Quello sciopero è politico»

20/10/2003





 
   

19 Ottobre 2003
ECONOMIA




 

«Quello sciopero è politico»
Fini attacca i sindacati: se rifiutate il nuovo patto sociale, affossate l’innovazione
Al forum di Prato il vicepremier difende la riforma delle pensioni. E’ necessaria, a suo dire, per poter destinare il 3% del pil all’innovazione industriale del paese. Le piccole e medie imprese sempre più impaurite dalla competizione cinese: dazi sì o dazi no?


ANTONIO SCIOTTO

INVIATO A PRATO
La soluzione per battere la competizione cinese? Il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini ricorre a una metafora medievale per dire la sua sulla proposta dei dazi avanzata dai ministri Bossi e Tremonti: «Non possiamo alzare mura contro chi ha armi sempre più sofisticate, non sono sufficienti provvedimenti restrittivi per fronteggiare le difficoltà della competizione. Certo – ha aggiunto – possono essere necessari, ma per chi vuole competere occorre andare all’attacco, dando impulso all’innovazione e alla ricerca». Davanti alla platea delle piccole e medie imprese del forum confindustriale di Prato, il vicepremier mette sul tavolo la propria ricetta per risollevare un’industria italiana sempre più sfiduciata, e accusa i sindacati di non voler collaborare con il resto del paese per superare un momento molto delicato. A finanziare l’innovazione industriale, per Fini dovrebbe essere proprio la riforma strutturale delle pensioni, ma Cgil, Cisl e Uil remano contro: «L’obiettivo – ha spiegato – sarebbe, come chiede l’Europa, di raggiungere entro il 2010 il 3% di pil destinato a ricerca e innovazione. Per il momento però non sembra che ci siano le condizioni per un nuovo patto sociale che, come quello del ’93 sulla politica dei redditi, possa contribuire a rilanciare lo sviluppo». A bloccare quello che Fini definisce «un patto tra le generazioni in una società che invecchia sempre di più e fa sempre meno figli», è «una pregiudiziale di carattere esclusivamente politico: è evidente se si considera il fatto che si proclamano scioperi più o meno generali contro una riforma che decorre da qui a quattro-cinque anni». Se dunque lo sciopero del 24 ottobre è bocciato per l’ennesima volta, secondo Fini il dialogo può essere rimandato a dopo: «Pur tuttavia mi auguro – ha continuato – che dopo lo sciopero generale le parti siedano al tavolo per verificare con il governo come dar corso all’applicazione della riforma. Il tutto, ovviamente, nell’ambito dell’attuale cornice finanziaria, perché quella è immodificabile».

E che la Cina e gli altri paesi concorrenti siano uno spauracchio per le piccole imprese italiane, sempre più spaurite e depresse, lo conferma un sondaggio presentato nel corso del forum internazionale: per oltre il 34% dei piccoli e medi imprenditori, la Cina rappresenta «più un nemico che un’opportunità». Alla domanda su quali altri fattori possano rappresentare una minaccia per la propria impresa, il 42% degli intervistati ha risposto il cambio euro/dollaro, mentre per il 37% sono i «sistemi-paese più coesi rispetto all’ Italia».

Davanti alla platea, il vicepresidente del consiglio si è sentito in dovere di difendere la selva di condoni, concordati, sanatorie edilizie messa in campo dal governo e attaccata il giorno prima da Massimo D’Alema, che aveva parlato di «liberismo straccione». Per sostenere le proprie ragioni, Fini ha usato un argomento che trova sensibilissime orecchie negli imprenditori: «Sarebbe forse stata preferibile una riforma fiscale con nuove tasse? Io credo che dobbiamo apprezzare quella che qualcuno, ironicamente, definisce "finanza creativa": con le una tantum abbiamo evitato il ricorso alle imposizioni tributarie». E non basta, perché il vicepremier, rinvigorito dopo l’appannamento degli ultimi mesi, ha ripresentato un’antologia di tutti i «gioielli» prodotti dal governo: tra di loro, si iscrive a pieno titolo (nonostante non fosse nel programma dell’esecutivo) la proposta di legge per il voto agli immigrati.

In sostanza, Fini ha voluto ribadire che il governo non produce solo una tantum, ma che ha già realizzato e sta realizzando le «riforme strutturali» di cui l’economia ha bisogno. Per cominciare, il vicepremier ha lodato la «riforma Biagi», che «ha portato l’Italia ad avere il mercato del lavoro più flessibile d’Europa. Sono state ridotte notevolmente, se non del tutto rimosse, le rigidità precedenti». Ci sarebbe poi la riforma delle pensioni, «che per primo questo governo ha affrontato dopo molti anni, perché ormai ineludibile»: come si è saputo ieri dallo stesso Fini, sarebbe fondamentale per lo scambio con lo sviluppo, liberando le risorse per la ricerca. Cattivi dunque i lavoratori più anziani (ma in realtà la riforma non va a danneggiare proprio i più giovani?) che non cedono qualcosa per venire incontro alle generazioni future. E infine la sua «creatura», il diritto di voto agli immigrati, necessario perché «non si può credere che il contributo in termini di forza lavoro degli immigrati, destinato a crescere in ragione dei bisogni della società, possa rimanere un contributo reale, produttivo, senza riconoscere a chi viene in Italia per lavorare uno dei diritti sostanziali in una democrazia».