Quello che credono – di Olga D’Antona

26/03/2002

 
     
 



 

Quello che credono
di 
Olga D’Antona

Se qualcuno pensava che non ci fosse una forza di opposizione in questo Paese, ora, dopo la grande manifestazione di sabato, sa che l’opposizione c’è e dovrà tenerne conto.
«Settecentomila» ha dichiarato burlescamente la questura. No, erano davvero tanti, due, forse tre milioni di persone. Un oceano di donne e di uomini si sono alzati all’alba, alcuni hanno viaggiato tutta la notte, sui pullman, sui treni, sulle navi, sono accorsi dalle isole e dalle montagne, dalla Sicilia al Trentino per riunirsi qui in questa nostra bella capitale.

Li ha accolti una di quelle splendide giornate romane in cui il sole illumina ogni angolo, cancella le ombre e svela ogni meraviglia.
Poteva, in questo clima, essere una di quelle manifestazioni festose, in cui si esprime, insieme alla protesta, anche una grande vitalità e la soddisfazione per un evento riuscito. C’era invece una pacata mestizia per un nuova frattura, un nuovo lutto subito che si è espressa con grande intensità nel minuto di silenzio dedicato in onore e memoria di Marco Biagi.

La manifestazione si è svolta senza incidenti, in modo tranquillo e ordinato con una esemplare compostezza nonostante fossero in tanti. Sono venuti a Roma per dire che davvero non ne possono più. Non ne possono più di vedere che agli occhi dell’Europa questo nostro Paese, che non è più un Paese povero, sta di nuovo diventando un «povero Paese»; non ne possono più di vedere vanificata la credibilità faticosamente conquistata con una buona azione di governo e con il sacrificio di tutti; non ne possono più di vedere lesi i più elementari principi di legalità. Quelle donne e quegli uomini sono venuti a manifestare la loro preoccupazione e la loro contrarietà ad un’azione di governo che privilegia i più ricchi a discapito dei meno abbienti e che rischia di distruggere alcune fondamentali forme di protezione sociale.
Si contrappongono due modelli di modernizzazione del Paese: uno basato sulla competitività delle imprese, su una flessibilità che assume forme di estrema precarizzazione del lavoro, dove i più forti vincono ed i più deboli restano indietro; l’altro che invece considera la solidarietà un fattore di sviluppo, dove il fine è la qualità della vita individuale e collettiva piuttosto che il profitto.
Spesso mi domando: quali mutamenti profondi può determinare nella società italiana, la crescente precarizzazione del lavoro?
Molti sono i giovani che restano nella casa dei genitori oltre i trent’anni, l’età in cui cominciano a costruire una famiglia propria è sempre più lontana. Nei supermercati, le porzioni dei prodotti alimentari sono sempre più piccole, molte sono le persone che, per scelta o per condizione si trovano a vivere da sole. Dove porterà tutto questo, in una società dove non si è ancora stati capaci di costruire un modello di stato sociale che sappia offrire una valida rete di protezione, dove il primo ammortizzatore sociale è ancora la famiglia, dove è ancora la famiglia il primo luogo di solidarietà, di cura e di assistenza?


La mancanza di risposte a queste domande è fattore di inquietudine, di allarme sociale.
Dalle fratture brusche e violente che si creano nel tessuto della società possono uscire mostri pericolosi e difficili da controllare. Da questi mostri abbiamo subito terribili violenti attacchi come la morte di Massimo e di Marco.
È responsabilità di tutta la collettività fare fronte comune per sconfiggerli.
I milioni di persone accorse a Roma sabato mattina hanno cominciato a fare la loro parte, ora tocca alla politica dare risposte adeguate. Ritrovare toni di serietà e di fermezza. Restituire alle parole il loro significato originario.

Quando si chiama odio il dissenso o si attribuiscono responsabilità di istigazione all’assassinio, alla normale, se pur aspra, dialettica politica, è come gettare gramigna in un campo di grano, significa inquinare il confronto democratico.
Quante volte mi sono trovata a ricacciare indietro oscuri sospetti, a misurare le parole, ad impormi pacatezza di toni anche quando il dolore e la rabbia mi pervadevano. Ho aspettato e aspetto con pazienza e con fiducia che la magistratura svolga il suo lavoro, ho sempre sentito e sento che anche su di me grava la responsabilità, insieme alla parte buona della società di restare saldi e coesi per fare fronte a quei mostri che, armati di una pistola e della loro vigliaccheria, uccidono persone inermi per colpire lo Stato e la democrazia. Gli italiani hanno attraversato momenti molto duri, hanno conosciuto le stragi, gli anni di piombo, hanno pianto i loro morti ma hanno saputo reagire e sconfiggere il terrorismo anche quando il terrorismo trovava un’area di consenso e di copertura nel Paese.

Il nostro è un Paese di grandi tradizioni democratiche, che ha saputo opporre resistenza al fascismo, che ha superato drammatiche guerre. Saprà anche questa volta ritrovare la sua capacità di resistere alle prove cui la storia lo pone di fronte.