Quell’Italia che vive «altrimenti»

09/12/2003




06 Dicembre 2003

IL RAPPORTO DEL CENSIS

QUELL’ITALIA CHE VIVE «ALTRIMENTI»

Luigi La Spina

BASTA con il metro dello sviluppo o del declino. Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, ha scoperto lo sguardo laterale, il terzo occhio del sociologo e ha definito la nostra Italia come una società che cerca di «vivere altrimenti», altrimenti dalla depressione per una ripresa sempre solo annunciata, ma anche altrimenti dallo sforzo volontaristico e retorico sollecitato da una classe dirigente sempre più lontana dal riuscire non solo a rappresentarla, ma anche a comprenderla.
De Rita ha fatto la mossa del cavallo e, così, è sfuggito alla trappola delle opposte speranze dei due schieramenti politici, ma è anche riuscito ad accontentare Ciampi, con una sensibilità anticipatrice davvero straordinaria, visto che il suo rapporto sullo stato dell’Italia era pronto ormai da parecchi giorni. Attraverso un ardito volteggio mentale, infatti, è sceso da quella sua scala che, per decenni, ha monitorato i cambiamenti della nostra società. Abituato, con un po’ di civetteria intellettuale e con molta sapienza mediatica, a spiazzare amici e nemici utilizzando arditi slogan linguistici, quest’anno ha voluto anche spiazzare se stesso e il suo vecchio metodo di analisi.
Il rapporto del Censis coglie certamente con acutezza alcune verità nascoste dell’Italia alla fine del 2003, un’Italia che si vuol bene, ma che vuole anche bene. E’ vero, infatti, che continua a cercare la qualità della vita nelle piccole città, ma anche nei quartieri di quelle grandi, a valorizzare la convivialità e il benessere individuale. Ma è pure l’Italia che ha maturato un’etica della responsabilità collettiva verso gli altri, in una ricerca non più solamente dell’«io», ma di un consapevole «noi». L’intuizione di De Rita forse più interessante, però, è quella dello sganciamento della vita reale degli italiani dall’autoreferenzialità delle sue classi dirigenti che dimostrano, replicando gli appelli moralistici, una sostanziale impotenza a incidere davvero nei processi di cambiamento della nostra società.
Gli umori profondi dell’Italia d’oggi scorrono con l’abituale vivacità nelle pagine del rapporto, ma resta il dubbio che l’intelligenza dell’autore abbia varcato il sottile confine tra il realismo e la rassegnazione. Si può vivere bene «altrimenti», come dice lui, o «nonostante», si potrebbe dire con più severità. Il rischio, però, è quello di un’Italia destinata, nello scacchiere del pianeta, alla cura, con il suo clima, con il suo cibo e con il suo vino, degli affanni di chi si batte sulla frontiera della competizione internazionale. Insomma, non possiamo trasformarci nelle «terme» del mondo.