Quell´inflazione innescata con il passaggio all´euro – di A.Recanatesi

28/10/2002






          Editoriali e opinioni  


          LA CONTESA ATTORNO ALLA TORTA DEL REDDITO DISPONIBILE
          Quell’inflazione innescata con il passaggio all’euro

          28 ottobre 2002

          di Alfredo Recanatesi

          SALITA al 2,7%, l’inflazione preoccupa non solo per la sua oggettiva entità, ma soprattutto per la sua natura. Non è certo una inflazione da domanda.

          Il reddito nazionale ristagna, il mondo del lavoro è scosso dalla crisi della Fiat e dal timore di una sua propagazione alle aziende dell’indotto ed a tutti quei microsistemi economici fatti di commerci e di servizi che ruotano attorno agli stabilimenti, da ciascuno dei quali centinaia se non migliaia di famiglie traggono il loro reddito.

          Non sono tempi nei quali si possa spendere allegramente, ma tempi nei quali i più tendono a limitarsi al necessario in attesa di capire meglio quale futuro è riservato a ciascuno di loro. Non sono anni di bel vivere quelli che i più stanno vivendo. Per altro, in quasi tutti i settori della manifatturazione vi è capacità produttiva inutilizzata, per cui le pure leggi del mercato tenderebbero – e in effetti in molti casi tendono – a far scendere i prezzi, non certo a farli salire.

          Ma non è neppure una inflazione da costi. Le retribuzioni crescono poco mentre aumenta la produttività del lavoro, non foss’altro perché razionalizzazioni e flessibilità nell’impiego della manodopera continuano a diffondersi.

          A motivo delle tensioni geopolitiche, aumenta il costo dell’energia, ma questo aumento colpisce tutta l’Europa; non può giustificare il divario che continua ad aprirsi tra l’inflazione italiana e quella europea.

          Queste considerazioni, per altro, trovano conferma nella composizione dell’inflazione di questi mesi. I prezzi dei prodotti industriali, quelli della grande distribuzione, quelli regolati da autorità settoriali, i prezzi insomma che sono facilmente controllabili e che hanno ben precisi referenti – supermercati, banche, compagnie petrolifere – crescono poco o addirittura diminuiscono.

          Salgono – come abbiamo avuto già modo di osservare – i prezzi della piccola distribuzione e dei servizi alla persona, quelli affrancati da un controllo mediatico e affidati esclusivamente alla capacità di percezione e di resistenza dei singoli consumatori: se il barbiere, l’idraulico, l’avvocato, il verduraio, il ristoratore aumentano alla spicciolata del 15-20 per cento le loro pretese, se ne accorge solo il singolo cliente, che mugugna, ma finisce per pagare.

          I mezzi di informazione non ne parlano se non in termini generali perché non c’è qualcuno abbastanza rilevante con cui prendersela. Il fenomeno è stato innescato dal passaggio dalla lira all’euro, era prevedibile ed era stato previsto. Ma il fatto nuovo è che si sta protraendo, anzi si va accentuando in forza, probabilmente, di un processo imitativo che continua ad estenderlo, e lo consolida creando le premesse per tendenze alla rivalsa e per tensioni sociali.

          Una siffatta inflazione, in presenza di un reddito stagnante, divide quindi la collettività nazionale tra chi ha la possibilità di aumentare i prezzi e ne approfitta per accaparrarsi un incremento della sua fetta di reddito, e chi questa possibilità non ha e, quindi, ne fa le spese.

          Questi ultimi sono essenzialmente salariati, stipendiati, falsi autonomi come i cococo, tutte categorie presso le quali si vanno accumulando sentimenti di insofferenza e repressi propositi di rivalsa. I motivi che rendono assai delicato questo passaggio non sfuggono: è comprensibile che chi si è visto sottrarre potere d’acquisto intenda recuperarlo, ma il recupero può avvenire solo a carico di chi di quella sottrazione non porta alcuna responsabilità, vale a dire il settore pubblico e le imprese.

          E il settore pubblico ha già conti in notorio sensibile peggioramento, mentre le imprese già si dibattono in una evidente crisi di competitività che non potrebbe che aggravarsi qualora i costi aumentassero più dell’inflazione, quella media europea, perché è questo l’ambito nel quale ci si misura.

          Di fronte a questo non secondario problema, il governo chiude gli occhi: aveva negato che si potesse innescare col passaggio all’euro, ed ancor oggi ne nega la sostanza derubricandolo a fenomeno stagionale.

          D’altra parte, quand’anche li aprisse, non avrebbe strumenti o procedure per poter intervenire. Per finalità meramente politiche ha rifiutato il metodo della concertazione attraverso il quale negli anni ’90 l’Italia ha realizzato il più impegnativo risanamento monetario e finanziario in un clima di serenità e di collaborazione sociale, tra l’altro riconducendo l’inflazione da valori a due cifre alla media dell’area euro.

          Senza una azione concordata che affronti il problema in una cornice di equità distributiva, e senza il recupero di una etica della civile convivenza che trattenga dal cercare un reddito aggiuntivo non in un aumento della produzione, ma in una sottrazione a spese di chi ha minori possibilità di fare altrettanto, la contesa attorno alla torta del reddito disponibile si inasprisce, diventa socialmente dirompente, e ad arretrare non sarebbe più soltanto l’economia del Paese.