Quelli che non arrivano alla quarta settimana

01/07/2004




giovedì 1 luglio 2004

Salari e carovita

Quelli che non arrivano
alla quarta settimana

Wanda Marra

ROMA Il supermercato è semideserto. Anche se è sabato mattina. Alle casse, una fila di non più di 2 o 3 persone, e per di più, stranamente veloce: due pacchi di pasta e un litro di latte, una biondina sui 40, che ha tutta l’aria di «tenere famiglia». Mentre dal carrello di qualcun altro spunta un po’ di verdura. Tra gli scaffali, poi si respira una aria d’attesa: giovani e anziani sembrano stazionare indecisi davanti ai prodotti. Li soppesano, guardano le etichette, confrontano pesi e prezzi. Magari si accontentano di sottomarche.

È la fine del mese in un supermercato romano, di un quartiere di estrazione «mista» come Monteverde.

Ma la stessa scena si può trasportare – cambiando clima e ambientazione – in qualsiasi angolo della penisola. La «quarta settimana» – quella che in genere si conclude con il ritiro dello stipendio – è un traguardo difficile per tutti.

La logica della rinuncia. «Io non vado dal parrucchiere – racconta Fiorella – un appuntamento che è stato fisso tutte le settimane della mia vita. Ma ora non me lo posso più permettere». Vestita semplicemente, ma con gusto, Fiorella fa l’insegnante. Ha 57 anni e guadagna 1.500 euro al mese, dopo circa 30 anni di servizio. Vive da sola a Monteverde, a Roma: i figli ormai sono grandi e non gravano sul suo bilancio.

Però, con 750 euro di affitto mensili, i giorni prima del 27 sono durissimi: «Una delle mie spese principali è il telefonino. Ma prima di prendere lo stipendio non ricarico la scheda. E poi sono usualmente una grande consumatrice di dolci: ma in quei giorni, non ne compro».


Piccole rinunce, magari inessenziali. Anche se dure. Ma per qualcuno in una situazione piuttosto simile, la crisi si fa sentire pesantemente, nonostante stipendi sulla carta di tutto rispetto. Mario ha 52 anni, lavora – da stipendiato – in una farmacia. E guadagna intorno ai 2000 euro mensili. Anche se è da solo, però, non ce la fa: 1100 euro per l’affitto della sua casa a San Lorenzo, 300 di bollette, lo stipendio se ne va praticamente durante la prima settimana. «Poi, è una battaglia quotidiana: durante la quarta settimana, mi capita di saltare i pasti, se sono al lavoro, oppure di cenare sempre con pasta e olio, centellinando l’ultima scatola di biscotti», racconta.


Prestiti. Se i professionisti che vivono da soli si bruciano tutti i soldi che guadagnano, giorno più, giorno meno, durante i primi 20 giorni del mese, che regime seguono le famiglie? «Io chiedo un anticipo sullo stipendio. Oppure un prestito a mia madre. Ma solo se nel frigo non c’è proprio più niente. Altrimenti soprassiedo». Vincenzo vive a Casoria, vicino Napoli. Ha 39 anni e lavora in una società di spedizioni come impiegato.

Guadagna 1.400 euro al mese, ma è l’unico reddito per la sua famiglia, composta da una moglie casalinga, e da due bambine, una di 4, una di 10 anni. «Le mie spese? 310 euro d’affitto e 52 di box per la macchina, più 90 di assicurazione, le bollette, intorno ai 100 euro mensili. E l’asilo privato per una delle mie figlie, perché nel vicinato asili pubblici non ci sono: 32 euro al mese in inverno, 25 in estate. Lascio a mia moglie 100 euro per la spesa quotidiana (pane, latte, latticini) e poi ne spendiamo 150 per la spesa nei grandi centri commerciali ogni sabato».


Niente cinema. Non ci sono soldi per vestiti (giusto qualcosa per le bambine), né per cene fuori, cinema o attività extrascolastiche. Il giornale si compra una volta la settimana. E in vacanza ci si va con la quattordicesima. «Il mio obiettivo sarebbe mettere da parte almeno quei 15-20 euro mensili per l’estate. Ma basta che una delle mie figlie abbia bisogno di una visita medica, ed ecco che gli ultimi giorni del mese rimaniamo senza soldi», spiega Vittorio. Figuriamoci cosa succede a chi guadagna la metà. Anche se lo stile di vita è rigidamente controllato per tutto il mese la quarta settimana diventa ingestibile: «Le ultime due settimane sono una tragedia. L’ultima, poi, non c’è un euro. Alla fine del mese, accetto tutti i lavori al nero che posso trovare: ma non sempre ce ne sono. E allora, chiedo i soldi a mia madre e a mia suocera, anche se loro hanno la pensione minima di 500 euro», racconta Mauro che vive a Casal Nuovo, in provincia di Napoli e lavora part-time per una ditta di pulizie presso la Tim in città guadagnando 750-800 euro al mese.

L’unico stipendio su cui possono contare sua moglie, e i suoi figli di 16 e 20 anni. «I politici dicono che non è così: ma con l’euro vivere è diventato impossibile». Mario fa la spesa al discount e compra solo vestiti sulle bancarelle, quando sono proprio necessari. Non va in ferie da anni.


Ma non si lamenta: «Guardiamo a chi sta peggio di noi», commenta. È il caso di Luigi che a 54 anni, vive con una pensione di invalidità di circa 250 euro al mese, e sta in una casa popolare di Roma che paga circa 50 euro. Anche lui, prima dell’euro ce la faceva, ma adesso durante la quarta settimana deve comprare a credito dai negozianti per mangiare. Perché alla fine del mese non ci arriva.


Mamma e papà. E persino chi vive ancora con mamma e papà, in una situazione relativamente agiata, non ce la fa. Valeria, romana, ha 32 anni e una borsa di studio come specializzanda in geriatria di circa 700 euro mensili: «Pago l’assicurazione del motorino, metà di quella della macchina. Più tasse e contributi vari. Ho provato ad andare a vivere con qualche amica, ma non c’è stato verso. Dal parrucchiere non ci vado e durante l’anno non parto mai. Alla fine del mese, elimino completamente le cene fuori».