Quelle acrobazie tra famiglia e lavoro «Serve un patto per conciliare i tempi»

10/11/2010

Appello alle istituzioni e alle aziende: mancano asili, flessibilità dell’orario e telelavoro
Acrobazie di una giornata tipo: accompagnare i bambini all’asilo, andare in ufficio, prenotare la visita per il papà anziano, tornare a casa in tempo perché la babysitter alle 7 spaccate se ne va, fare la spesa, organizzare la cena. Tutto a carico della donna. O quasi: le italiane dedicano ogni giorno 5 ore e 20 al «lavoro familiare», più di tutte le europee, mentre il 30 per cento degli uomini è impegnato nelle stesse attività per meno di dieci minuti (dati Istat 2008). In attesa che il gap tra generi si riduca, seguendo il modello di molti Paesi europei, oggi la necessità è realizzare la conciliazione tra i tempi di lavoro e famiglia. La Conferenza di Milano, la tre giorni organizzata dalla presidenza del Consiglio dei ministri, ha rilanciato con forza questa esigenza. «Altrimenti si rischia una nuova emergenza sociale».
La legge
Telelavoro, flessibilità, part time, asili nido aziendali, assistenza a domicilio. «Sono tutte iniziative lasciate o al contratto delle singole aziende o ad alcune esperienze territoriali», spiega Francesco Tomasone, dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. In sostanza — al di là del congedo parentale, delle agevolazioni per chi ha parenti con gravi handicap, della legge 53/00 (contributi per gli imprenditori che attuano politiche di conciliazione) e del decreto 198 del 2006 che incentiva l’occupazione femminile — «in Italia non esiste legislazione a tutela del rispetto dei tempi di lavoro e famiglia». Il giurista fa inoltre osservare che, per quanto riguarda il congedo parentale (riconosciuto a maschi e femmine), «la diversità di stipendio tra uomo e donna finisce con l’ostacolare la possibilità di un coinvolgimento del padre, visto che solitamente è l’elemento della coppia che guadagna di più».
Conciliazione, le proposte
Un salto culturale: passare dall’assistenzialismo alla migliore organizzazione dei tempi della famiglia, dalla riflessione sul tema ai progetti concreti. A partire da un «patto tra le istituzioni» — questa la richiesta emersa ieri dal gruppo «Famiglia & lavoro» — e da una governance territoriale che ponga le basi per creare sistemi adeguati di cura e tempi della città a misura di famiglia. Con una rete di servizi diversificati per la prima infanzia e la non autosufficienza: dagli asili nido alle banche del tempo, dal telelavoro alla flessibilità negli orari d’ufficio. Susanna Mantovani, prorettore dell’Università Bicocca di Milano: «Tutti questi interventi — soprattutto gli asili — sono stati visti per anni con diffidenza. Per fortuna ora sono stati deideologizzati».
Le aziende e i costi
Costruire un asilo nido aziendale, attivare politiche di flessibilità, dare a i di pendenti sportelli di ascolto. Sembra un costo, ma in fondo conviene. Lo spiega Mariangela Franch, docente alla facoltà di Economia dell’Università di Trento. «Le piccole e medie imprese, al di là delle misure obbligatorie, attuano molto di rado interventi come gli accordi sulla gestione del tempo, le borse di studio per lavoratori che si impegnano in corsi di formazione professionale finalizzati all’azienda. Lo fanno per evitare ulteriori spese». Sbagliato: «Con le misure di conciliazione si contiene il turnover, si riducono le assenze, si evitano le sostituzioni per malattia, si motivano i dipendenti che, in questo modo, sono più affezionati all’azienda».
Se il clima è buono, dunque, si lavora di più e meglio. Difficile farlo capire: da un’indagine condotta da Moms@Work su un’ottantina di aziende lombarde, risulta che solo un quinto ha un approccio integrato alla flessibilità.
Una «questione pubblica»
«Se non riusciamo a ottenere la conciliazione tra lavoro e famiglia, creiamo di fatto una malessere sociale. Ecco di cosa stiamo parlando: di una questione pubblica». A sostenerlo è Riccardo Prandini, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, intervenuto ieri durante uno dei workshop organizzati dalla Conferenza nazionale della famiglia. «Solo una società capace di gestire la relazione tra le sfere della famiglia e del lavoro può creare coesione. La posta in gioco è la qualità della nostra vita di adulti».
L’esempio di Trento
Servizi di prossimità, patti tra aziende e dipendenti, la cablatura di tutto il territorio per arrivare anche nelle zone più disagiate, Tagesmutter, lo sportello famiglia, lo ski pass gratuito per i figli se si va a sciare tutti insieme. Sono alcuni degli interventi voluti dalla Provincia di Trento dove proprio ieri, in Consiglio provinciale, si è discusso il disegno di legge che riordina le politiche familiari. Il governatore, Lorenzo Dellai, lunedì ha firmato con Carlo Giovanardi un protocollo di intesa volto a promuovere, partendo dall’esperienza trentina, il «Family Audit», un marchio che certifica la natura «family friendly» di organizzazioni private e pubbliche. Dellai ne spiega il senso: «Sui temi della famiglia si fa spesso tanta retorica. Il nostro approccio, invece, punta alla concretezza».