Quella zona grigia abitata dai freelance Una ricerca a Roma

10/05/2011

Sospesi in una zona grigia tra lavoro dipendente ed indipendente vivono i freelance che a Roma e nella sua provincia lavorano come consulenti o collaboratori nei servizi alle imprese, negli studi pubblicitari o di architettura, nell`informatica, nella comunicazione, nella produzione teatrale e video-cinematografica, nel reticolo degli enti di ricerca e delle università. Nel rapporto di ricerca curato da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli per l`Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Roma che sarà presentato oggi alle 1;3 al centro congressi in via Cavour 50, questi «contrattisti indipendenti» non hanno diritti né cittadinanza, ma rappresentano la forza lavoro più attiva in una metropoli dove la produttività del «terziario avanzato» è inferiore solo a quella di Milano.
Con una differenza: se nel capoluogo lombardo la tipologia prevalente del lavoro autonomo è quella di «seconda generazione», il consulente finanziario, l`editor o l`avvocato d`affari, nella Capitale esiste una mescolanza tra la sua «prima generazione» (l`artigianato e il commercio) e la «terza», cioè le attività legate alla gestione del tempo libero, all`informatica, alla produzione culturale-artistica e comunicativa che non rientrano nel rango delle professioni ordinistiche. Questo paradosso è dovuto alla storia produttiva della città, dove ancora oggi l`occupazione nell`economia tradizionale dei servizi (commercio o ristorazione, ad esempio) fa la parte del leone con il 37,3%, ma anche alla diffusione molecolare dei contratti precari e della partita Iva con le quali le imprese e gli enti pubblici sostituiscono il lavoro stabile, risparmiano sul suo costo e impongono ai freelance di pagarsi tasse e contributi, senza
speranza di ricevere una pensione dalla gestione separata dell`lnps.
Per Bologna e Fumagalli questa situazione non è solo il risultato della crisi del «terziario avanzato» dove l`occupazione negli ultimi dieci anni è passata dal 28 al 26 per cento o della deregolamentazione dei rapporti di lavoro. Essa è, al fondo, il risultato della trasformazione del «lavoro post-fordista» che ha reso difficile distinguere una prestazione lavorativa da un`attività d`impresa, l`attività autonoma da una subordinata. Solo quando la statistica aggiornerà i suoi parametri di analisi sarà possibile conoscere i numeri di una realtà mobile che ancora oggi viene definita attraverso una macrocategoria che comprende lavoratori dipendenti tempo determinato, interinali e «ditte individuali». Per l`ufficio Statistiche del Comune, nel 2008 gli autonomi oscillavano tra le 230 e le 240 mila unità. Per la banca dati Asia dell`lstat nel 2009 erano oltre 320 mila. Se si aggiungono i «precari» (collaboratori e lavoratori
a progetto) la quota complessiva arriva al 23,02% dell`occupazione totale. La ricerca prova a gettare luce anche in questo marasma di cifre. l risultati sono ancora parziali ma, grazie ai dati dell`agenzie delle entrate della provincia di Roma, dimostra che su 249 mila partite Iva a Roma e in provincia il gruppo più forte è quello dei consulenti e dei liberi professionisti (24%, avvocati, notai o architetti), ma quello più attivo è rappresentato dal lavoro della conoscenza e relazionale, cioè da pubblicitari, informatici, dall`entertainment e dai lavoratori domestici (nel 2007 erano più di 88 mila persone, donne per l`86%). Gli autori del rapporto dimostrano inoltre che negli anni del «veltronismo» dal 2000 al 2007 la quota del valore aggiunto delle attività legate alla conoscenza è cresciuta dal 25,1 al 28,9, mentre nei servizi tradizionali si è registrata una contrazione dal 24,3% al 22,3%. Un`ascesa che sembra essere stata interrotta dalla crisi che ha fatto salire il tasso di disoccupazione al 12 per cento, mentre 32 mila ricercatori, professionisti, informatici sono entrati nella categoria degli «inattivi». La loro età media oscilla tra 25 e 34 anni, sono iper-specializzati e hanno studiato nell`università del 3+2. La maggioranza è iscritta agli albi e agli ordini professionali, anche se cresce il numero di chi non è garantito da un istituto pubblico di regolazione. Per il lavoro autonomo il prestigio sociale e il reddito da ceto medio è ormai un ricordo. Il rischio è che, se e quando tornerà la domanda delle «nuove» professioni, le risorse necessarie non saranno più disponibili.