Quella notte con l’accordo fatto (S.Rizzo)

05/07/2007
    giovedì 5 luglio 2007

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      IL RETROSCENA

        Quella notte con l’accordo fatto

          La trattativa sugli incentivi e le quote. I veti incrociati dei sindacati e le richieste di Rifondazione

            Sergio Rizzo

            ROMA — Chi conosce la pacatezza di Cesare Damiano e Tommaso Padoa-Schioppa non può nemmeno lontanamente immaginare un contatto ruvido fra i due. E come al solito pacata, nei toni, la loro discussione è stata, martedì sera, a Palazzo Chigi davanti a Romano Prodi.

            Ma la ruvidezza, nei contenuti, non è mancata. «Guardate che il sindacato questa proposta la firma anche domani», ha detto il ministro del Lavoro. Per poi allargare le braccia: «Io sono arrivato fino a qui». E appunto questo per Padoa-Schioppa è il problema. Che più in là non si possa andare. La proposta di sostituire lo scalone di 60 anni con uno scalino di 58 anni accompagnato da blandi incentivi a restare al lavoro concessi per un periodo di sperimentazione di tre anni non convince il minis tro dell’Economia. Padoa- Schioppa considera che possa mettere a rischio i conti pubblici e non avrebbe l’approvazione di Bruxelles. Con tutte le implicazioni del caso, compreso il rischio di un declassamento del rating del debito pubblico. Ma lui l’avrebbe anche digerita, a patto che si fossero introdotte precise garanzie di sostenibilità finanziaria.

            Quella notte che l’accordo sembrava fatto se n’era stato silenzioso. Poi però i tecnici della Ragioneria avevano spiattellato un calcolo secondo il quale la sperimentazione degli incentivi si sarebbe potuta considerare un successo (evitando quindi l’aumento automatico dell’età pensionabile oltre i 58 anni) soltanto se il numero di chi avesse rinviato la pensione grazie agli incentivi fosse stato tale da consentire il recupero integrale dei risparmi ottenuti con lo scalone di Maroni-Tremonti. E tutto era saltato.

            Per sbloccare la situazione ora non resta che l’intervento diretto di Prodi, come prevede il famoso punto 11 del dodecalogo di Caserta. In realtà mai applicato. «Prodi deve scegliere se cadere a destra o a sinistra», è la sintesi di un sindacalista che partecipa alle trattative e non vuole essere citato. Dove «cadere» non significa necessariamente perdere la maggioranza e dimettersi. «Cadere» vuol dire scegliere: se schierarsi dalla parte dei riformisti come Lamberto Dini, che al Senato (dove praticamente non c’è maggioranza) certamente non voterebbe l’abolizione dello scalone, o viceversa adeguarsi alle minacciose richieste di Rifondazione comunista, che al Senato non voterebbe altro se non l’abolizione dello scalone.

            Ma c’è anche una terza strada: appoggiarsi al sindacato, sperando che lo schermo di un accordo con Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti garantisca Prodi dagli inevitabili scossoni interni alla maggioranza. E questo dà a Cgil, Cisl e Uil un potere di condizionamento, nei confronti del governo, ancora più grande di quello che già abbia. Non è certamente decisivo il fatto che molti esponenti del governo, a cominciare dal ministro del Lavoro, provengono dal sindacato. Ma è un fatto che finora la concertazione si sia sempre risolta a senso unico. Cioè con il prevalere delle posizioni sindacali, come dimostra inequivocabilmente la vicenda del pubblico impiego. Vincenti al punto da arrivare a mettere il governo, secondo qualcuno, in uno stato di soggezione. Ieri il veto del sindacato, che non era d’accordo su come distribuire gli aumenti, ha bloccato anche la trattativa sulle pensioni basse. Un episodio magari marginale, tuttavia significativo dei rapporti di forza.

            Forse, se non si fosse deciso di mettere l’abolizione dello scalone nel programma di governo le cose sarebbero andate in modo diverso. Ma questo non basta a spiegare come il governo si sia cacciato in questo culo di sacco. Per capirlo vale la ricostruzione della notte fatidica, quella dell’accordo quasi fatto. La proposta iniziale del governo era sostituire lo scalone con gli scalini, sui quali però gli operai sarebbero saliti un anno dopo tutti gli altri. La clausola era stata pretesa da Rifondazione comunista e ovviamente accettata dal governo, ma quando i sindacati se la sono vista mettere sotto il naso, hanno rifiutato. «E gli impiegati sono figli di nessuno? » ha domandato Bonanni. Così hanno invece tirato fuori la loro proposta: 58 anni dal 2008 più gli incentivi. Accolta dal governo senza fare una piega. Anche se sapevano, perché questo era stato oggetto di trattative riservate, che Cisl e Cgil avrebbero accettato anche gli scalini, passando prima a 58, poi a 59 anni e quindi a 60: ma con il sistema delle quote. Una soluzione che poteva andare bene anche al ministro dell’Economia. Se solo qualcuno, quella notte, si fosse fatto uscire il fiato dalla bocca.