«Quella di Maroni non è una riforma»

14/12/2001

Il Sole 24 ORE.com





    Il presidente di Confindustria D’Amato boccia la bozza di delega del Governo: mancano decontribuzione e disincentivi sulle anzianità

    «Quella di Maroni non è una riforma»
    Serve un nuovo patto tra generazioni per dare equità e sostenibilità al sistema – La modifica dell’art. 18? «Dà diritti a chi non ne ha»
    ROMA – Desta forti perplessità negli industriali il testo proposto dal Governo per la riforma previdenziale. Gli imprenditori credono, infatti, che manchino le caratteristiche in grado di riformare davvero il sistema e restituire al Paese quella competitività nei confronti dei loro concorrenti che è invece indispensabile per acciuffare e mantenere alto lo sviluppo. La Confindustria non si strappa i capelli per queste carenze, sa bene che il Governo finora ha presentato solo un testo di lavoro, una bozza su cui lavorare. Ma ieri Antonio D’Amato, il presidente degli industriali, ha tenuto a sottolineare come la realizzazione di queste riforme, la previdenza, ma anche il mercato del lavoro e il fisco, siano indispensabili per mantenere forte il clima di fiducia nei confronti dell’Esecutivo. È stato grazie a questa fiducia, ha ricordato il presidente di Confindustria ieri, che il mondo della produzione ha continuato in queste mesi a investire, con il risultato che l’economia del nostro Paese ha retto la congiuntura negativa meglio del resto d’Europa e del resto del mondo. Ma la fiducia, ha ricordato D’Amato, «non ha scadenze temporali illimitate». Ci sono infatti «punti di verifica», e la trattativa in corso in queste settimane sulle deleghe tra Esecutivo, imprenditori e sindacato è uno di questi. «Senza riforme vere – ha detto D’Amato – non si può immaginare che resti il clima di fiducia che ha garantito quelle performance. Servono cambiamenti veri, riforme davvero strutturali che rimettano il nostro Paese in corsa con gli altri». Cosa si aspettano gli imprenditori da questa trattativa, alla quale non si sottraggono, nonostante le differenze d’opinione, abituati come sono a negoziare? Innanzitutto che la riforma comporti una sostenibilità finanziaria di lungo periodo dell’intero sistema previdenziale. Perché l’obiettivo di fondo, lo ha spiegato D’Amato, non può non essere la certezza per chi lavora che, una volta in quiescenza, avrà la propria pensione. Serve allora una riforma seria e strutturale, che nel gioco di incentivi e disincentivi al pensionamento anticipato dia certezze di contribuzioni e di erogazioni. Mettere la testa sotto la sabbia, negare il pericolo, ha detto D’Amato, non è il modo migliore per rassicurare chi teme per il futuro. Ma non basta nemmeno dare certezze di poter continuare a lavorare, perché il vero problema del Paese è l’altissima disoccupazione giovanile. La soluzione non può essere quindi che quella di un vero patto generazionale, che assicuri a chi vuole continuare a lavorare il diritto a farlo, ma dia prospettive anche ai giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro. Questo obiettivo è realizzabile con un mercato del lavoro più flessibile, ma, anche considerando il tasso della disoccupazione giovanile, può non essere sufficiente. Per questo la Confindustria sostiene la necessità di una decontribuzione del lavoro dei giovani che renda appetibili le nuove assunzioni senza per questo cacciare dal mercato del lavoro chi già vi è inserito. Le norme indicate dal Governo, ha detto D’Amato, non sono sufficienti, indicano una minore contribuzione per il Mezzogiorno per tre anni: serve una misura forse minore, ma duratura e che valga per tutti. C’è poi il capitolo Tfr: che, ha sostenuto D’Amato, «non è né della Confindustria, né del sindacato, né del Governo, ma dei lavoratori». Per le imprese, specie le piccole e medie, è una valvola importante di autofinanziamento e può essere messo sul tavolo della trattativa solo in presenza di una riforma previdenziale davvero strutturale. D’Amato ha criticato il Governo per aver disarticolato incentivi e disincentivi, che a suo avviso sono invece necessari, ma soprattutto ha chiesto che, nel mettere a punto il provvedimento di delega, non si perda di vista l’obiettivo della strutturalità dell’intervento. Fare una riforma a metà, ha ricordato, significherebbe doverci rimettere le mani dopo sei mesi e questo creerebbe immediatamente incertezza. I tempi potrebbero anche non essere lunghi, perché «gli elementi di informazione ci sono già tutti»: il presidente di Confindustria ha ricordato come la riforma debba essere «rapida, ma non affrettata». Fine di un idillio con il Governo? D’Amato ha negato che esista qualsiasi collateralismo con l’Esecutivo. «Demmo grande fiducia anche al Governo Amato – ha ricordato – perché prometteva riforme. Solo che poi non le fece. Adesso crediamo in questo Governo, ma la nostra fiducia non è illimitata, gli serve la prova dei fatti». Il presidente di Confindustria ha invece negato che con le rettifiche all’articolo 18 il Governo voglia togliere diritti ai lavoratori. «Vuole al contrario – ha detto – dare diritti a chi non ne ha: lavoratori del sommerso, quelli delle piccole imprese, chi ha un lavoro precario».
    Massimo Mascini
    Venerdí 14 Dicembre 2001
 
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