Quella battaglia sull’occupazione che divide le generazioni

15/03/2002






L’ANALISI

Quella battaglia sull’occupazione che divide le generazioni

      ROMA – Della proposta di uno scambio «politico» tra padri e figli l’economista e deputato diessino Nicola Rossi detiene il copyright . Cinque anni fa scrisse il libro «Meno ai padri, più ai figli» e fece discutere (e litigare) la sinistra. «C’era uno Stato sociale che concentra il grosso dei benefici sulla popolazione più anziana e io proponevo un riequilibrio delle tutele. Per dare assistenza e ammortizzatori sociali ai giovani». Tutt’altra cosa rispetto alle scelte odierne del governo di centrodestra. «In questo caso non c’è scambio – dichiara Rossi -. Si sottraggono solo diritti alle fasce di lavoratori più giovani. Ma non c’è nessuna ricerca empirica che dimostri una correlazione tra flessibilità in uscita e maggiori posti di lavoro. E poi basta vedere i dati Istat: l’occupazione è tornata a correre grazie al credito d’imposta. Senza bisogno di toccare l’articolo 18». L’ex consigliere economico di Massimo D’Alema considera particolarmente «odiosa» la scelta di differenziare i diritti tra Nord e Sud: «Si giustifica solo con la volontà di salvaguardare la base elettorale di Umberto Bossi». Il vero problema che va affrontato nel Mezzogiorno è un altro: c’è un eccesso di offerta di forza lavoro qualificata. Ci si laurea a Napoli o Palermo, ma si va a cercar lavoro oltre la linea gotica perché non c’è alternativa. Secondo il sociologo Aldo Bonomi lo scambio padri-figli «era possibile nel vecchio modello fordista» ed esistevano, infatti, posti che si trasmettevano per via ereditaria alle Poste e in qualche banca. «Ora quel meccanismo è saltato. In passato un figlio faceva sempre un lavoro migliore di quello del padre, oggi non è più scontato». C’è una parte di giovani che trova impieghi iper-innovativi «sempre in viaggio tra Milano e New York» e però ci sono figli che «finiscono per fare lavori meno qualificati di quelli dei loro padri». In sostanza fin quando c’era un «mercato del lavoro ordinato era possibile scambiare i sacrifici degli anziani per dare chance alle nuove generazioni». Oggi non è più così. Il vero scambio perverso in atto, sottolinea Bonomi, è quello che avviene dentro la famiglia che ospita in casa i giovani fin oltre i 35 anni di età. «In questo modo la famiglia si fa welfare e supplisce alla carenza di strumenti pubblici come gli ammortizzatori sociali».
      Ma si riuscirà a cacciar di casa i «mammoni» sudisti offrendo loro lavori precari? Certo che no, è la risposta che danno tutti gli addetti ai lavori. Che invitano anche a riprendere in esame il concetto di mobilità sociale. Un giovane può e deve andare a lavorare in un call center, ma deve aver anche la possibilità di uscirne uno o due anni dopo, puntando a occupazioni più qualificate. «Un ciclo di mobilità sociale può ripartire solo rafforzando le tutele di chi non ne ha e mettendo in campo robuste politiche di formazione – avverte l’ex ministro
      Tiziano Treu -. Dunque prima ci vogliono gli ammortizzatori sociali e poi introduciamo pure la flessibilità alla Blair. Il centrodestra non fa questo. Toglie solo diritti ai soggetti più deboli contrattualmente». E poi se ne lava le mani, evidenziando come nelle sue scelte non sia mai rintracciabile un progetto di società.
      Non crede alla possibilità reale di uno scambio padri-figli anche il sociologo torinese
      Luciano Gallino . «L’unico modo per realizzarlo sarebbe un massiccio ricorso ai prepensionamenti, ma equivarrebbe a una iattura. In Francia nel ’97-’98 alla Renault fecero qualcosa del genere: ma a fronte di 40 mila uscite furono assunti solo 13 mila giovani». Gallino poi mette in evidenza come le scelte governative sulla previdenza vadano in direzione dell’allungamento della vita lavorativa e quindi anche per questa strada ogni scambio sembra precluso. «Ci può essere, invece, un interesse delle aziende al ringiovanimento. Del resto l’organizzazione del lavoro consuma le persone e a 45-50 anni il personale risulta già obsoleto. Ma far entrare in fabbrica al loro posto un po’ di venticinquenni con meno diritti mi sembra una scelta sciagurata». Uno dei grandi problemi dell’epoca contemporanea, il digital divide, l’obsolescenza dei cinquantenni a-tecnologici non lo si può affrontare con qualche manciata di posti di lavoro per i loro figli.
Dario Di Vico


Economia