Quella ballata che fa paura (al Cavaliere)- di Francesco Merlo

05/03/2002






Potenza di un cantastorie

Quella ballata che fa paura (al Cavaliere)


di FRANCESCO MERLO

      Ad Assago, al congresso della Lega, ha proclamato la propria invincibilità, ma in piazza del Duomo a Milano il presidente del Consiglio teme l’insolenza di un cantastorie di strada che lo dileggia in versi sciolti e ne canta la vita fin da quando, «col vagito di neonato / già assoldava un avvocato», e la illustra pure con grandi tavole a fumetti, i famosi retablo degli artisti ambulanti. Ed è davvero una sorpresa involontariamente burlesca, un accidentale ma significativo capolavoro satirico, trovare, in coda alla richiesta di trasferire il processo Sme lontano dall’ostile Milano, il nome di un cantastorie siciliano, Franco Trincale, che ha composto 13 ballate su «don Silvio Berlusconi / il padrone dei padroni». Eppure, è proprio firmata dal presidente del Consiglio la descrizione di «tale Trincale Francesco che si porta presso la piazza del Duomo ogni fine settimana per vendere materiale diffamatorio, altresì arringando i numerosi presenti con ulteriori diffamatorie prospettazioni». Ecco: le chiama «prospettazioni». Invincibile ad Assago, Silvio Berlusconi è terrorizzato dalle prospettazioni che Trincale esegue alla chitarra in piazza Duomo. A tal punto che, nell’elenco dei soggetti politicamente pericolosi che lo costringono, proprio nella sua città, a sentirsi in terra barbara come Ovidio tra gli Sciti, accanto a Saverio Borrelli e ai manifestanti del Palavobis, Berlusconi ha inserito appunto questo menestrello di strada, Franco Trincale, 67 anni, nato a Militello, lo stesso paese di Pippo Baudo. Da oltre vent’anni Trincale si esibisce in piazza Duomo, ai piedi del sagrato, di tutto cantando e su ogni cosa moraleggiando, in mezzo a un popolo che gesticola e grida con lui e più forte di lui, una piccola folla di eterni fannulloni che si accende e si accapiglia sotto lo sguardo giustamente tollerante dei vigili urbani e qualche volta della Digos.
      Ovviamente ogni tanto finisce pure a spallate, e una volta sono persino arrivate la polizia e l’ambulanza: «Si deve altresì osservare – prosegue l’istanza firmata da Berlusconi – che, come risulta dalla nota allegata in data 10-2-2002, in stretta e diretta correlazione con le esternazioni della magistratura milanese, sono accaduti in Milano in piazza del Duomo fatti estremamente significativi per lumeggiare la situazione dell’ordine pubblico».
      E’ vero che il cantastorie sentenzia e sdottoreggia di politica e giustizia, e dileggia, come ogni cantastorie, il potente di turno. Lo aveva fatto anche con «Massimo, lo stanco navigatore / che alla sinistra ha devastato il cuore». E prima ancora ha cantato Prodi, e Andreotti, e Craxi… Ma Trincale ha cantato pure principesse e briganti, le Torri gemelle e il matrimonio di Milingo, e anche Maria Grazia «la picciotta catanisa/ che mannava storia vera / o corriere della sera / pubblicava la primizia / e fu l’ultima notizia». E, guardando scorrere i suoi sessantasette anni nello specchietto retrovisore, si arriva alla sua canzone più famosa, quella «Ballata del Pinelli», che gli costò pure un processo. Difeso, nientemeno, da Umberto Terracini, Trincale fu assolto, e non perché la sua canzone raccontasse la verità sulla morte di Pinelli, figuriamoci. Le canzoni – spiegò Terracini – non devono raccontare la verità. Obbediscono ad altre regole e possono essere condannate solo da un critico, da un filologo, dagli Aldo Grasso e dalle Natalia Aspesi, o dalla giuria di Sanremo. Invece l’invincibile presidente del Consiglio tratta le canzoni di strada come fossero nemici politici: «Se io fossi un potente – dice Trincale – prenderei un cantacronache come me, e lo pagherei per farmi sbeffeggiare in piazza, per farmi prendere in giro». Insomma mai Trincale aveva vissuto un’avventura così eccitante, e dunque adesso si sente anche lui come Moretti, come la Ferilli e la Parietti, come Benigni a Sanremo, anzi di più: «Un problema – e ride – di ordine pubblico, come Che Guevara».
      Si legge ancora nell’istanza di Berlusconi: «Si segnala altresì che alle ore 14,30 circa, in una pausa dello spettacolo, una persona iniziava a discutere animatamente con il Trincale. L’alterco degenerava in una violenta lite che vedeva coinvolte altre persone del pubblico. La rissa veniva poco dopo interrotta grazie all’intervento di tre volanti della polizia di Stato. Una persona riportava lesioni tali da rendere necessario l’arrivo di un’ambulanza che si allontanava successivamente con il ferito a bordo». Aggiunge Trincale: «Non dice però che quell’unico ferito ero io, e che non mi ero fatto nulla. E chissà se sarò ricordato come il cantastorie che con uno spettacolo mise in fuga da Milano Silvio Berlusconi, l’uomo cioè che ha inventato la televisione commerciale, la politica-spettacolo, e tollera
      Striscia la notizia … Beh, non so se ringraziarlo o preoccuparmi. Non vorrei che invece di andare via lui da Milano, alla fine fossi costretto ad andare via io. Perciò vorrei dirgli alla mia maniera che "se lei non ha fiducia in Milano / che pure dovrebbe ringraziare / io che invece sono siciliano/ amo Milano e qui voglio cantare"».
      E’ tutta la vita che Trincale sogna di essere eversivo. Non che insegua l’eversione da comizio, ma quella dell’artista che mette sottosopra le anime e i linguaggi, che propone la deflagrazione del mondo con una risata o con un pianto: «Gli devo, almeno, quest’illusione… E dunque non smetterò mai più di cantarlo: "O signore, presidente e padrone / la piazza non è la sua televisione./ Lei può farmi non cantare alla tivù / al
      Costanzo Show o al Marameobubù / ma se non mi fa cantar più nella via / allora uccide la democrazia"».

      P
      .S. A tarda sera Franco Trincale ci ha mandato il lungo testo della sua ultima ballata che ha intitolato «Girotondo degli avvocati». Eccone i primi versi: «E’ così sconclusionato / questo testo che ha firmato / che l’ha scritto un invasato / o piuttosto un avvocato». Ed ecco gli ultimi due: «Cavaliere rinsavisca / chieda scusa e la finisca».
Francesco Merlo


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