Quel paradosso della «lite» sui numeri

08/06/2007
    venerdì 8 giugno 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

      DIETRO LE QUINTE

        Quel paradosso della «lite» sui numeri «Sbagliati, ma la situazione è peggiore»

          Un duello aperto già sotto il governo Berlusconi. L’arrivo di Padoan

            MILANO — Quella strana specie di tiro alla fune a Parigi andava avanti dal 2002 e per Angelo Marano, grand commis del governo, era rimasto uno dei pochi punti fermi. Tutto il resto intorno a lui era cambiato. Mentre all’Ocse litigava su quei punti, a Roma nel frattempo aveva fatto in tempo a passare dal lavoro a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, a quello con il ministro leghista del Welfare Roberto Maroni e con il suo successore diessino Cesare Damiano, fino al servizio presso il ministero alla Solidarietà sociale del «comunista» Paolo Ferrero.

            Una girandola così intensa che quella vecchia disputa all’Ocse a Marano sarà parsa un’ancora di stabilità. Almeno fino a gennaio, quando il «corrispondente italiano» del progetto sul rapporto Pensions at a Glance, «Pensioni a colpo d’occhio», ha deciso di battere il pugno sul tavolo e ha minacciato di dimettersi. Di lasciare l’incarico a Parigi, non a Roma (dove ora è direttore generale di Ferrero).

            Per Marano, lo studio multilaterale dell’Ocse sulla previdenza finisce per dare un’immagine «distorta» del sistema in Italia. Il punto è che l’Ocse calcola la tenuta dei conti previdenziali dei 30 Paesi soci del club sulla base di una stima di 45 anni di contributi versati: si inizia a lavorare regolarmente a 20 anni — presume l’organismo di Parigi — e si finisce a 65. Peccato però che in Italia il mercato del lavoro sia completamente diverso, i tassi di occupazione molto più bassi e i lavoratori che si avviano a vantare quei 45 anni di versamenti si contino in poche migliaia. La media è molto più giù, a 32 anni di contributi (addirittura 31 per gli uomini).

            Di qui la scelta di mettere la nota a piè di pagina con cui il governo prende le distanze dal rapporto Ocse. Cesare Damiano, capofila italiano di questo esercizio con gli altri 29 Paesi del club parigino, era informato e ha lasciato fare. A maggior ragione ora, perché con la clausola dei 45 anni l’Ocse quest’anno calcola persino le pensioni attuali, non solo future.
            Subito dopo sono partite le stilettate diplomatiche: al ministero del Lavoro si è interpretato come uno sgarbo dell’Ocse la scelta di inserire quelle poche righe di protesta addirittura in prima pagina di Pensions at a Glance.

            Da Parigi, il portavoce dell’Ocse sdrammatizza con un richiamo a doppio taglio: «Non è eccezionale che un Paese si differenzi — spiega il portavoce Spencer Wilson —. Una volta per esempio la Svizzera lo ha fatto sulle tasse».

            Il paragone con un paradiso fiscale magari non piacerà a tutti, ma il punto è altrove. Marano lo riassume con piglio da tecnico: «Non mi importa niente se le stime dell’Ocse cambiano i dati dell’Italia in meglio o in peggio — taglia corto — l’importante è che il quadro che ne esce sia fedele». E la realtà è che le stime cambiano i dati in meglio: l’Ocse è semmai troppo indulgente con il sistema previdenziale italiano (perché sopravvaluta la durata contributiva effettiva), non troppo critico.

            Eppure è bastato che la notizia della mancata firma sotto il rapporto arrivasse, per scatenare a una sorta di reazione pavloviana. La Cgil con Guglielmo Epifani, i Democratici di sinistra con Fabio Mussi, i Comunisti italiani con Pino Sgobio, l’Ugl con Renata Polverini: tutti a plaudire allo «schiaffo» di Roma ai tecnocrati rigoristi dell’Ocse, magari senza accorgersi che stavolta hanno peccato di ottimismo. Poco cambia per i contrari alla piena applicazione della riforma Dini, gli stessi che puntano a cancellare più o meno in toto anche lo scalone. Perché i loro complimenti sono partiti tanto in fretta da insospettire qualcuno: quasi che l’Italia si fosse attaccata all’unico appiglio a disposizione, pur di mettere in dubbio l’intero rapporto sulle pensioni dell’Ocse. Incluse le riserve che l’organismo esprime sulla tenuta complessiva del sistema.

            Da Parigi, l’economista Pier Carlo Padoan segue e non si pronuncia. Per anni ha guidato la Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, da quattro giorni è vicesegretario generale dell’Ocse. Un duello fra la sua vecchia esistenza e quella nuova, forse non era nelle sue previsioni.

            F. Fub.