Quel leader mai stato metalmeccanico

28/04/2004

mercoledì 28 aprile 2004

GIANNI RINALDINI

Quel leader mai stato metalmeccanico
che vuole far passare la linea dura in Cgil

      DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
      MELFI – «Qui l’unica soluzione è il modello Terni: la Fiat accetta di avviare una trattativa con tutti i sindacati e le loro rappresentanze e contestualmente noi rimuoviamo i blocchi». Gianni Rinaldini, segretario della Fiom-Cgil, percorre in lungo e in largo il piazzale antistante il picchetto degli operai che da nove giorni ostruisce la via d’accesso allo stabilimento automobilistico. E pensa alla soluzione che qualche mese fa evitò il precipitare della crisi e la ripresa della produzione alle acciaierie di Terni della multinazionale tedesca TyssenKrupp. Ma lì c’era una differenza decisiva: la lotta vedeva uniti tutti i sindacati, mentre qui la Fiom, dopo aver rifiutato l’intesa con la Fiat sottoscritta dalle altre sigle la scorsa settimana, si trova isolata, con accanto solo i Cobas e l’Ugl.
      Sono le 11.30, Rinaldini ha già bevuto qualche caffé e fumato molte sigarette. La notte è trascorsa senza incidenti, ma la situazione resta tesa: il rischio di nuove cariche della polizia per forzare i picchetti è sempre presente. E lo resterà fino a quando la Fiom-Cgil non smobiliterà. Rinaldini si commuove quando pensa che «Claudio lo diceva che la riscossa degli operai sarebbe ripresa da Melfi: peccato che non ci sia a vedere tutto questo».
      Claudio è Claudio Sabattini, il carismatico leader dei metalmeccanici Cgil morto un anno fa, dopo aver lasciato nelle mani del fidatissimo Rinaldini le sorti della Fiom. Orfano di «Sandino», come veniva anche chiamato Sabattini in omaggio alla sua vocazione movimentista, Rinaldini cerca di gestire nella continuità l’aspirazione dei metalmeccanici Cgil di dettare la linea a tutta la confederazione, ma senza avere il carisma e la vivacità del predecessore.
      Arrivato alla guida della Fiom senza avervi mai fatto parte (quasi tutta la sua carriera è nelle strutture territoriali dell’Emilia Romagna), mentre il fratello, Tiziano, era stato a lungo braccio destro di Sabattini, Rinaldini ha stretto un’alleanza di ferro con la sinistra della Fiom capeggiata da Giorgio Cremaschi e ha deciso di portare i metalmeccanici a un congresso straordinario nei prossimi mesi all’insegna dell’«indipendenza» della Fiom e del ritorno alla conflittualità, secondo la linea lasciata in eredità da Sabattini.
      Melfi è anche un banco di prova di tutto ciò. Poteva essere una sorta di test per dimostrare la bontà della svolta proposta.
      Ma invece la partita si è messa male per la Fiom, che dovrà smobilitare i blocchi per rientrare nella trattativa, proprio come aveva chiesto la Fiat una settimana fa. Non solo. Per sbloccare la situazione è dovuto intervenire il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Poi, la Fiom spiegherà ai suoi che è andata come a Terni e che si tratta di una vittoria, ma la sostanza del ripiegamento non cambia. E i metalmeccanici Cgil continuano a non digerire la politica di unità sindacale e di ragionevolezza voluta da Epifani, nonostante i fatti, ultimo questo di Melfi, sembrino dare loro torto.
      A mezzogiorno Rinaldini si infila in macchina e torna a Roma. Lo aspetta un vertice convocato da Epifani e dai leader di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, con i segretari di Fiom, Fim e Uilm, che preparerà il terreno per il ritorno alla normalità nella fabbrica di Melfi. Rinaldini non si scompone. Del resto non lo fa mai, non lo ha mai fatto. Sempre lo stesso tono di voce: basso, cordiale, riflessivo. Di lui non si conoscono hobby o aneddoti. Le sue grandi passioni sono il lavoro e sua moglie, Amabile, una compagna di Reggio Emilia dal carattere solare.
      Un paio di giorni passati davanti ai presidi hanno fatto dire a Rinaldini che «qui non li controlliamo tutti». E non ha torto. Con i Cobas e i disobbedienti di mezzo la situazione rischia di scappare di mano perfino alla Fiom. Una mezza ritirata, dunque, ci può anche stare. Sabattini, il maestro, era addirittura riuscito a fare di una storica sconfitta, quella del 1980 alla Fiat di Cesare Romiti, quando «Sandino» era responsabile auto della Fiom, un punto di forza della sua figura di sindacalista irriducibile. Ma erano altri tempi. Ed altri leader.

Enrico Marro