Quel lavoro da creare

15/07/2003




      Martedí 15 Luglio 2003
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      QUEL LAVORO DA CREARE
      di ELSA FORNERO

      La focalizzazione del dibattito previdenziale sul problema delle pensioni di anzianità, per quanto importante, rischia di fare passare in secondo piano una possibile mina vagante del sistema, rappresentata dal futuro pensionistico dei cosiddetti lavoratori parasubordinati. Il metodo contributivo di calcolo delle pensioni, che si applica integralmente ai lavoratori entrati in attività a partire dal 1996, ha un’implicazione tanto semplice quanto amara: le pensioni che ne deriveranno saranno buone soltanto se buona sarà stata la carriera lavorativa.

      Nella sua semplicità, la regola richiede un radicale spostamento di enfasi nell’impostazione delle politiche: dal sistema previdenziale, come sorta di autonomo erogatore di benefici che si vorrebbero sempre generosi, al mercato del lavoro, come fonte primaria di risorse per il finanziamento del sistema (oltre che, beninteso, per lo sviluppo dell’economia). In altre parole, il focus delle politiche dovrà spostarsi sugli strumenti atti a incoraggiare il lavoro, a far sì che il maggior numero possibile di persone abbia un’occupazione tale da consentire al tempo stesso un tenore di vita decoroso, la formazione di una famiglia e l’accumulazione di risparmio per l’età anziana.
      In tale contesto emerge il problema dei parasubordinati. Con la formula retributiva – che ancora si applica alle generazioni anziane e intermedie – la retribuzione cruciale ai fini del calcolo della pensione è infatti quella finale, solitamente parecchio più elevata, in termini reali, di quella della parte iniziale della vita lavorativa.
      Per contro, con il nuovo metodo ogni euro versato contribuisce nello stesso modo, salvo il fattore di capitalizzazione, a formare la pensione.
      Per conseguenza, una fase iniziale, ma non breve, di attività caratterizzata da intermittenza, bassi redditi e basse aliquote contributive pone una forte ipoteca sulla possibilità di finanziare un adeguato tasso di sostituzione. È importante però ribadire come ciò non dipenda dal «cattivo disegno» del sistema, bensì dal fatto che il mercato del lavoro non ha funzionato a dovere. Per di più, poiché il sistema pubblico dovrà in ogni caso intervenire, con interventi assistenziali, a sostegno di coloro che avranno maturato soltanto una pensione più bassa dell’assegno sociale, l’importanza di favorire il lavoro in tutte le fasi della vita emerge anche sotto il profilo della sostenibilità della finanza pubblica.
      Il problema del futuro previdenziale dei parasubordinati è al centro di una ricerca del CeRP («La previdenza dei parasubordinati: situazione attuale e prospettive», di Pier Marco Ferraresi e Giovanna Segre), nella quale, sulla base di una simulazione dei profili di reddito e di congetture sulla durata dell’occupazione atipica, si calcolano le pensioni e i tassi di sostituzione corrispondenti a diversi scenari. L’analisi dei dati – di fonte Inps – mostra anzitutto come tra il 1996 (primo anno di funzionamento della gestione) e il 2001 il numero degli iscritti sia quasi raddoppiato, superando i due milioni. È indubbio che la bassa aliquota contributiva (10% per la categoria dei lavoratori già coperti e 14%, destinato a salire al 19, per quelli privi di altra copertura) non è estranea a tale dinamica. La ricerca mette peraltro in evidenza come, dietro l’etichetta di «parasubordinati» si celi un mondo variegato, ben più complesso della semplice contrapposizione tra «occupazione tipica, rigida e protetta», da un lato, e «occupazione atipica, flessibile e scarsamente tutelata», dall’altro. Tale semplice classificazione sarebbe corretta se non fosse necessario tenere conto della netta differenziazione, quanto a precarietà e a livello dei redditi, tra la categoria degli «amministratori, sindaci e revisori» e quella degli «altri collaboratori», in generale giovani. È con riferimento a questi ultimi che dall’analisi emerge il forte rischio che si alimenti una categoria di «futuri poveri», con una pensione particolarmente ridotta rispetto a quella media, in molti casi persino inferiore all’assegno sociale.
      Di fronte a questa situazione due considerazioni si impongono. La prima riguarda la durata di questa fase di precarietà del rapporto di lavoro. Se essa costituirà soltanto lo stadio iniziale dell’attività lavorativa, alla quale seguirà un rapporto più stabile, meglio retribuito e caratterizzato da un’aliquota contributiva più elevata, si tratterà di un elemento positivo di flessibilità all’ingresso, senza troppe conseguenze negative. Occorre tuttavia evitare che si radichi un dualismo inaccettabile nel mercato del lavoro, con un segmento stabilmente precario nell’occupazione, nei redditi e nelle pensioni e un segmento stabile, ben retribuito e con pensioni relativamente generose.
      La seconda considerazione riguarda l’aliquota contributiva: il divario tra il 19% dei lavoratori parasubordinati e autonomi e il 33 dei lavoratori dipendenti è troppo ampio per essere socialmente ed economicamente accettabile. È ben vero che, con una discutibile innovazione, il disegno di legge delega all’esame del Parlamento prevede che l’aliquota del 33 sia ridotta di 3-5 punti percentuali. Ma poiché ciò lascerebbe immutata al 33 l’aliquota computabile ai fini della pensione, ne discenderebbe un beneficio concesso ai soli lavoratori stabili e non anche a quelli precari. Il che sarebbe un modo per aggravare, anziché migliorare, la posizione dei secondi rispetto a quella dei primi.