Quel dossier del premier sulla «finanza rossa»

12/01/2006
    giovedì 12 gennaio 2006

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    POLITICA E AFFARI – C’E’ LA CONVINZIONE DI PRESSIONI SUL MONTE DEI PASCHI DI SIENA

      Quel dossier del premier sui legami
      tra Ds, Consorte e «finanza rossa»

        MILANO

          Alla fine, Silvio Berlusconi ha rotto gli indugi. Dopo lunghe settimane in cui è rimasto indeciso sull’opportunità di affondare o meno la lama nell’intreccio politica-affari che riguarda i Ds e il caso Unipol, ieri il premier ha fatto la sua scelta con le dichiarazioni a «Porta a Porta». Al primo passo di due giorni fa, quando aveva parlato apertamente di come il partito di Fassino fosse «in campo» al fianco di Unipol, ieri Berlusconi ha fatto seguire un’altra mossa. Ha in mano – sostiene – le prove di pressioni sugli immobiliaristi da parte di esponenti dei Ds perché cedessero le loro azioni alla Unipol di Giovanni Consorte. E’ pronto a varcare la porta del quarto piano del Palazzo di Giustizia milanese, in quella «odiata» Procura che ora considera invece come un’arma in più in questa ouverture al cianuro di campagna elettorale. Certo, bisognerà vederlo per crederci.

            A quanto si racconta negli ambienti di Forza Italia, Berlusconi, che in questi mesi ha raccolto materiale significativo sulle scalate bancarie, ha rotto gli indugi perché si è convinto che nell’azione delle Procure il filone d’inchiesta che riguarda il mondo Unipol e i suoi rapporti con i vertici dei Ds si avviava a una fine tanto rapida quanto – agli occhi del premier – sospetta. D’altro canto Berlusconi ha voluto rispondere a muso duro alle aspettative del centrosinistra dove – spiegano negli stessi ambienti – si sperava in una «tregua» sulla valanga di indiscrezioni giudiziarie e sui loro pesanti effetti politici. Così non sarà, come adesso è chiaro.

            «Le pressioni sono state fatte su più d’uno dei membri del contropatto Bnl – conferma un alto esponente di Forza Italia – e poi i vertici dei Ds sono intervenuti anche sul Montepaschi di Siena perché cedesse le sue azioni della banca romana a Unipol». Da Siena però, all’epoca, risposero picche. «Siccome in Mps resistevano e i vertici dei Ds non mollavano – prosegue il dirigente azzurro -, a quel punto i titoli sono stati girati alla Deutsche Bank di De Bustis». L’operazione risale alla fine di giugno dell’anno scorso e segnò l’uscita di scena di Rocca Salimbeni dalla partita su Bnl. Ma in effetti il pacchetto fu consegnato a quella banca che la Consob, poche settimane fa, ha riconosciuto – seppur parlando della filiale londinese – come componente effettiva dell’alleanza messa in piedi da Consorte per conquistare la banca di via Veneto.

              Ma a chi si riferisce Berlusconi quando parla di pressioni su «certi soci»? Sono quelli che, a caccia di un posto nella stanza dei bottoni della Bnl guidata da Luigi Abete e retta da un patto di ferro composto dagli spagnoli del Bbva, dalle Generali e dalla Dorint di Diego della Valle, oppongono nel luglio 2004 un loro «contropatto». E’ così che, attorno al costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone, si coagula un gruppo eterogeneo di immobiliaristi e non. Tra i primi spicca l’onnipresente Stefano Ricucci, al suo debutto nella finanza che conta, accanto ai meno noti Danilo Coppola e Giuseppe Statuto. Fuori dal mattone, invece, si trovano l’europarlamentare Udc Vito Bonsignore, già azionista di peso alla Carige, i fratelli Lonati, imprenditori bresciani assai vicini all’ex patron di Hopa Emilio Gnutti e il conte Giulio Grazioli, tra l’altro padrone della residenza romana proprio di Silvio Berlusconi.

                Unipol entra in campo a giugno e il 20 di quel mese ammette che «non esclude il lancio di un’Opa» sulla Bnl. Per giungere all’obiettivo, però, c’è quel 27% controllato proprio dai contropattisti. Una quota che fa gola, e che in primavera – per un dissidio sul prezzo di pochi centesimi – sfugge a un’altra banca, pronta a scalare via Veneto, il Banco Popolare di Verona e Novara. La trattativa di Unipol si chiude invece a metà luglio, dopo un tira e molla di settimane. Convinti o meno dalla politica, per i contropattisti non è certo un cattivo affare: Caltagirone ottiene secondo i calcoli una plusvalenza di 255 milioni di euro, Ricucci, Coppola e Statuto superano i 200 milioni a testa. Anche chi prende di meno, come il conte Grazioli, torna comunque a casa con 42 milioni di guadagno in tasca.