Quel conflitto in Iraq non è mai cominciato – di E.Scalfari

07/04/2003



      6 APRILE 2003

       
       
      Pagina 17 – Commenti
       
       
      Quel conflitto in Iraq non è mai cominciato
              Dopo un periodo bellico breve la seconda fase ideata dagli Usa dovrebbe durare un triennio e coinvolgere l´intero Medio Oriente

              EUGENIO SCALFARI
              FORSE la guerra è finita. Ma forse non è mai cominciata. Forse, fin dall´inizio 18 giorni fa, è stata solo una guerriglia destinata a rallentare di pochi giorni la cavalcata dell´armata angloamericana verso le città irachene: Bagdad, Bassora, Mosul. Ora le città sono state raggiunte (Bassora da 14 giorni, Bagdad da ieri, Mosul è quasi in vista) e cinte d´assedio. La tabella di marcia di Rumsfeld è più o meno in orario. E adesso? Che cos´altro deve succedere adesso? Guardiamo, se possibile, non all´apparenza ma alla sostanza delle cose.
              L´obiettivo numero 1 era ed è quello di prendere Saddam e far cadere il regime. L´obiettivo numero 2 quello d´ottenere il risultato con il minor numero di morti tra le truppe dell´armata. L´obiettivo numero 3 quello d´annientare le capacità militari dell´avversario. L´obiettivo numero 4 di limitare il più possibile le vittime innocenti tra la popolazione civile. L´obiettivo numero 5 d´insediare un governo provvisorio sotto protettorato militare. L´obiettivo numero 6 di spegnere gradualmente la guerriglia giovandosi dell´adesione d´una popolazione finalmente libera dal terrore esterno (le bombe) e da quello interno (le rappresaglie del raìs).
              Quando tutti questi obiettivi (o almeno la maggior parte d´essi) fossero raggiunti, la prima fase dell´operazione sarebbe conclusa e comincerebbe la seconda, cioè la costruzione della pace. Dalla guerra irachena alla "pax americana" in Iraq e in tutta la regione mesopotamica tra il Tigri e le sponde mediterranee da Beirut fino alla striscia di Gaza.
              Questa seconda fase, nell´agenda di Washington, comporterà all´incirca un triennio entro il quale si giocherà anche la partita della rielezione di Bush e le altre non meno complicate della riforma delle organizzazioni internazionali (Onu e Nato) e del rapporto con l´Europa e con gli Stati arabi.Forse è superfluo aggiungere che dentro questa seconda fase c´è anche l´andamento dell´economia mondiale in genere e di quella Usa in particolare.
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              Allo stato dei fatti il primo obiettivo ancora non è stato raggiunto: Saddam non è stato preso, il regime ancora non è caduto anche se si avvertono segni di sfaldamento. Il secondo, il terzo e il quarto (poche perdite militari, annientamento delle forze avversarie, limitate vittime civili) si possono dire complessivamente realizzati. Gli obiettivi quinto e sesto (insediamento d´un governo provvisorio e un´adesione popolare massiccia che spenga la capacità di una lunga ed efficace guerriglia) sono ancora lontani.
              Va aggiunto un altro elemento tutt´altro che trascurabile: fino a questo momento le famigerate armi di distruzione di massa non sono state né usate né reperite. Meno male, naturalmente, ma se questa fosse la conclusione definitiva sull´argomento, la non legittimità dell´intera operazione irachena risulterebbe macroscopicamente confermata.
              È vero che l´etica della politica è la forza, ma è altrettanto vero che l´etica della forza deriva dalla sua legittimità. Alcuni pensatori liberali che hanno mandato in vacanza il proprio pensiero, ammesso che ne abbiano mai avuto uno, si affannano a teorizzare che la legittimità della forza sta nella legittima difesa e che ogni soggetto – individuale e collettivo – stabilisce da solo dove comincia e dove finisce la propria legittima difesa.
              Questa visione equivale all´abolizione sia del diritto pubblico internazionale sia dei codici penali vigenti negli Stati nazionali. È il trionfo del self-service nei rapporti individuali e collettivi ed equivale più semplicemente ad affermare che chi è più forte ha sempre ragione.

              L´aspetto comico di questo modo di sragionare è l´etichetta liberale che si pretende di applicargli addosso. (In Italia ci sono tre o quattro di questi "cretinetti" che non destano quindi soverchia preoccupazione se non fosse che sono invece molti gli italiani che mettono in pratica queste aberrazioni. Poi ci stupiamo che il nostro paese sia in declino. E vorreste anche che fosse in ascesa?).
              Torniamo al tema degli obiettivi raggiunti o non ancora raggiunti. Tutto dipende dai modi e dai tempi dell´assedio delle città irachene. Le azioni di "commandos" – già in atto a Bassora e appena iniziate a Bagdad – non pare che risolvano il problema se non susciteranno una vera e propria insorgenza della popolazione civile.
              La posta è tutta lì. Se la popolazione insorge il regime è spacciato. In caso contrario l´assedio può durare un bel pezzo.
              L´alternativa alla mancata insorgenza e a un assedio troppo lungo sarebbe l´assalto generale con il rischio che le perdite sia militari che civili diventino insopportabilmente alte senza che ciò dia neppure la sicurezza di mettere le mani su Saddam.
              Tra le difficoltà dell´insorgenza c´è anche il fattore etnico. Dovrebbero insorgere i quartieri sciiti che rappresentano a Bagdad un quinto della popolazione? Provocando quali reazioni negli altri abitanti? Una guerra civile sotto gli occhi della grande armata?
              Forse la guerra è finita, ma la coda è ancora tutta da spellare.
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              Intanto, com´è ovvio, già si pensa alla fase numero due, cioè alla costruzione della pace che dovrebbe avere inizio con gli aiuti umanitari e con la ricostruzione materiale, sociale ed economica dell´Iraq.
              La colomba Colin Powell e soprattutto la colomba-doc Tony Blair si battono affinché l´Onu abbia un ruolo preminente; non sono i soli, anzi lo dicono tutti con alcune differenze lessicali di non piccolo conto.
              Il più chiaro in proposito è stato il nostro presidente della Repubblica: da settimane e in tutte le occasioni Ciampi non fa che ripetere, alla lettera, che la ricostruzione materiale, morale, politica dell´Iraq e la pacificazione di tutta l´area medio orientale dev´essere affidata interamente all´Onu.
              Non è questa, purtroppo, la tesi di Powell (e figurarsi quella dei "falchi" di Washington). Il segretario di Stato si dichiara favorevole ad affidare alle Nazioni Unite «un ruolo», fermo restando che l´iniziativa prevalente spetterà a chi ha combattuto e vinto la guerra.
              Il segretario di Stato ha dispensato soltanto pochi cenni su questo ruolo dell´Onu: aiuti umanitari sì, ovviamente; consigli sull´assetto della regione, perché no? Una risoluzione del Consiglio di sicurezza come vorrebbe Blair? Non è il caso, abbiamo già dato.
              Ridotto in questi termini è evidente che il concorso dell´Onu diventa una barzelletta. Per gli aiuti umanitari c´è la Croce Rossa, l´Unicef, le organizzazioni volontarie. E poi – pensa Powell – la Nato.
              La ragione per la quale il segretario di Stato batte molto sul tasto Nato è abbastanza chiara: la Nato avrebbe il pregio – se interviene nella ricostruzione materiale del paese – di ripartire sui paesi membri il costo notevole della ricostruzione: obiettivo centrale per Washington insieme a quello di batter cassa ai governi arabi. Il ragionamento è questo: gli americani hanno combattuto per difendere la sicurezza di tutti; perciò hanno il diritto di decidere le linee maestre della regione più strategica del mondo, ascolteranno i consigli, concederanno qualche briciola agli alleati più sicuri; ma poiché la sicurezza riguarda tutti, tutti mettano mano alla borsa.
              E se la sicurezza non fosse così certa? Se anzi aumentassero l´insicurezza e il rischio terrorismo come molti ragionevolmente temono? Se la guerriglia irachena andasse a rinforzare le varie guerriglie del mondo? La risposta di Washington è semplice: si continua, ma voi europei, voi arabi, intanto pagate la vostra parte di quanto è già avvenuto. La Nato può egregiamente servire a questo mettendo così al sicuro almeno in parte il bilancio federale Usa.
              C´è l´ipotesi che alcuni membri della Nato non siano d´accordo. Niente paura: si va con chi ci sta, alleanze a geometria variabile, rapporti bilaterali tra chi detiene l´"imperium" e chi ne sta ai bordi. Nessun rapporto invece con chi non ci sta: sarà isolato e tagliato fuori.
              C´è una logica in questa follia.
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              Nel frattempo è in corso una rivalutazione del premier inglese Tony Blair: lui solo può essere il demiurgo che riuscirà a rimettere insieme l´Europa, a portarne avanti la nuova Costituzione, a non lasciare le sinistre fuori dalla porta, a spostare gli Usa dall´unilateralismo presbiteriano a una sorta di ecumenismo se non dell´etica almeno degli affari e se non delle regole almeno del lessico.
              Blair dà molta importanza al lessico. Ha ragione. Ma proprio perché il lessico è importante bisogna stare molto attenti se esso serva a infiocchettare le apparenze o a rivelare la sostanza.
              L´apparenza è un´Europa solidale che supporti l´"imperium" Usa, svolga un suo ruolo regionale ed abbia come speaker la Gran Bretagna. La sostanza è: affidatevi a noi o sarete perduti.
              In realtà l´Europa vagheggiata da Blair dovrebbe essere la sua constituency, il suo vero peso nei confronti dell´America di Bush. I Royal marines e le cornamuse scozzesi non fanno molto peso, non duraturo. Guidare l´Europa fornisce un titolo ben più sostanzioso.
              Ciò non significa che Blair sia in malafede. Nessuno è mai in malafede. Non Bush, non Cheney, non la cricca affarista di Washington e di Dallas; nemmeno Berlusconi è in malafede e – sentite – neanche Previti. Sono tutti convinti di aver operato per il Bene e contro il Male. E dunque perché dovrebbe essere in malafede Blair? Probabilmente il premier inglese si vede come l´angelo Raffaele e vede l´Europa come Raffaele vedeva Tobia.
              Stiamo molto attenti con la gente in buonafede. Spesso sono stati la rovina del mondo.