Quel busto di Marco Biagi che aspettava ad Arezzo

04/03/2003

          4 Marzo 2003

          TERRORE 1.
          TUTTE LE PISTE PORTANO AL WELFARE

          Quel busto di Marco Biagi che aspettava ad Arezzo

          I terroristi spiavano la visita dell’allievo Tiraboschi e della vedova?

            Coincidenze. Michele Tiraboschi e Marina Biagi dovevano essere ieri ad Arezzo. Desdemona Lioce e Mario Galesi avevano un biglietto ferroviario Roma-Arezzo. Quella di Tiraboschi e della vedova doveva essere una visita privata. Ne erano al corrente – pare – solo le questure interessate e il ministero del Welfare. Il giovane allievo prediletto di Marco Biagi, oggi presidente della Fondazione intitolata al giuslavorista ammazzato un anno fa, e Marina Orlandi avrebbero dovuto vedere in anteprima un busto di Marco Biagi, scolpito da un artista aretino destinato ad essere scoperto al ministero del Welfare in occasione della ricorrenza dell’anniversario dell’omicidio, il 19 marzo. Tiraboschi e la Orlandi non sono più andati ad Arezzo. «No comment», ha risposto l’avvocato della famiglia a chi chiedeva conferme.

            Di coincidenza ce n’è almeno un’altra in questo nuovo capitolo del terrorismo di «ispirazione pseudo-operaista» come lo ha definito lo storico Giovanni Sabbatucci. Nelle borse dei due terroristi, gli investigatori hanno trovato, oltre alla micro telecamera, anche un ritaglio di un articolo scritto da Michele Tiraboschi per il Sole 24 ore, del 6 febbraio scorso, dal titolo «Le idee vivono». Alle idee di Marco Biagi, il giovane studioso dedicava un commento per l’approvazione definitiva della legge delega sul mercato del lavoro, ispirata al Libro Bianco. Con la nuova legge – scriveva tra l’altro Tiraboschi – ha (…) preso definitivamente corpo un progetto di modernizzazione del nostro mercato del lavoro faticosamente avviato dieci anni fa». E ancora: «A chiederci di muoverci in questa direzione sono ora anche le nostre coscienze che ci suggeriscono di mettere a frutto il percorso riformatore nitidamente tracciato da Marco Biagi anche a dimostrazione del fatto che le idee – le buone idee – camminano da sole e non possono essere ammazzate». Perché per quelle idee – come ricorda in un documentato libro il giornalista Daniele Biacchessi, «L’ultima bicicletta. Storia di Marco Biagi», in uscita per Mursia intorno alla metà di questo mese – il consulente di Maroni è stato ucciso. Forse, questa volta, nel mirino c’era un altro dei collaboratori del ministro del Welfare, il sottosegretario Mariagrazia Sestini, il cui Libro Bianco sulle politiche sociali non va affatto sottovalutato quanto a portata riformatrice nella direzione di una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro collegati alla cura della persona. Torna, per questa via ma anche per le coincidenze di cui sopra, quella che appare una vera "ossessione" di questa stagione del terrorismo: verso il lavoro, verso quelle forme di flessibilità che – probabilmente e paradossalmente – finiscono per consentire a diversi militanti armati di vivere nella comunità e, contemporaneamente, agire nella illegalità. Fin dal 1992, quando i Nuclei comunisti combattenti, poi confluiti nelle Brigate rosse per la Costruzione del partito combattente, collocarono una bomba, poi inespolosa, nella sede della Confindustria, il lavoro nella sua accezione più ampia è diventato l’obiettivo di questo terrorismo. Nel mirino anche i dirigenti della Zanussi e alcuni esponenti sindacali. Al mondo del lavoro appartenevano anche Massimo D’Antona e Marco Biagi. Perché il mondo del lavoro? «Perché – prova a rispondere Tiziano Treu – nella follia di questi terroristi pre-moderni il lavoro viene ancora considerato l’epicentro del conflitto sociale».
            E della lotta armata.