Quei salari schiacciati dall’inflazione

17/10/2003





 
   
17 Ottobre 2003
ECONOMIA





 


Quei salari schiacciati dall’inflazione
I dati Istat sulle retribuzioni descrivono una costante perdita di potere d’acquisto che dura da anni

FRANCESCO PICCIONI


Stavolta non si potrà accusare l’Istat di aver diffuso dati in contrasto con la sensazione diffusa dei lavoratori italiani: che i salari «pesino» assai meno di prima. Gli «Indicatori trimestrali su retribuzioni lorde, oneri sociali e costo del lavoro» hanno infatti disegnato un verdetto unanime: l’inflazione (anche questa registrata dall’Istat, con valori spesso contestati) galoppa a una velocità pressoché doppia di quella delle retribuzioni lorde, poi ulteriormente decurtate dalle trattenute e dall’annullamento del recupero del fiscal drag. Le agenzie di stampa – sempre attente a non inquietare il governo in carica – hanno immediatamente messo in evidenza l’aumento tendenziale delle retribuzioni (lorde, ripetiamo, e parametrate allo stesso periodo del 2002) nel secondo trimestre di quest’anno: +2,2%. Comunque sotto l’inflazione del periodo (2,8), ma assai più impressionante del misero +0,8% fatto registrare dalla stessa voce nel primo trimestre. Depurati dai fattori stagionali, infatti, gli «aumenti» sarebbero dello 0,3% nel primo e dello 0,6% nel secondo trimestre. Simile la dinamica per gli oneri sociali, ovvero i contributi a carico delle imprese, e per il costo del lavoro (la somma delle prime due voci). C’è però da notare che da due anni a questa parte li oneri sociali crescono più velocemente dei salari lordi, a conferma di una disperante staticità dei redditi da lavoro dipendente a fronte di un’inflazione sempre superiore.

Si tratta oltretutto di dati assai più precisi che in passato, perché ora l’Istat utilizza direttamente i dati amministrativi Inps (le buste paga, insomma), filtrandoli attraverso una complessa serie di parametri necessari a ridurre la diversità concettuale tra dati amministrativi e dati statistici. Un percorso che ha migliorato di molto la qualità della collaborazione tra i due istituti e la qualità finale delle elaborazioni, nonché ridotto la «sofferenza statistica» (nemmeno fosse la guardia di finanza) che ogni rilevamento sembra provocare alle imprese. Un risultato notevole, specie perché realizzato da un’istituzione che si vede costantemente ridotti i fondi a disposizione.

Ma la tendenza a estendere il differenziale tra retribuzioni e inflazione dura ormai da oltre un decennio. Nella stessa documentazione Istat, infatti, per gli anni dal `96 a oggi, non c’è un solo anno che i salari crescano almeno quanto i prezzi «medi» (cui andrebbe aggiunta, come ha detto il presidente dell’Istat nella sua ultima audizione in parlamento, l’«inflazione percepita» dall’introduzione dell’euro e variabile a seconda del personalissimo paniere di beni che ognuno di noi compra abitualmente).

E’ insomma inconstestabile che sia in atto da tempo una drammatica redistribuzione della ricchezza globale prodotta nel nostro paese, ma tutta a scapito del lavoro dipendente e a favore non solo del «profitto» (industria e servizi), ma anche del commercio, della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale (premiate anzi dai condoni). Se n’è ovviamente subito accorta la Cgil, che con il suo responsabile economico, Beniamino Lapadula, ha segnalato come «la perdita accumulata dalla retribuzioni italiane rispetto a quelle degli altri paesi europei è compresa tra i 2 e i 3 punti percentuali (negli ultimi tre anni, ndr)». Questo si traduce in una contrazione generale dei consumi che pregiudica ulteriormente le possibilità di crescita del paese, cui «il governo Berlusconi non vuole porre rimedio, e aggrava anzi la situazione rifiutandosi di restituire il drenaggio fiscale e prevedendo per il 2004 un tasso di inflazione programmata destinato a comprimere ulteriormente i salari».