Quei lavoratori con la data di scadenza, come lo yogurt

09/06/2003

        Lunedì 9 giugno 2003

        Vita da precari. Le loro storie raccolte da Walter Rizzo nel libro“ Il bluff.
        Viaggio nell’Italia del lavoro flessibile”. «Sono una schiava a 400 euro al mese».
        Quei lavoratori con la data di scadenza, come lo yogurt

        Edoardo Novella
        ROMA All’inizio era suonato come un canto salvifico: «La flessibilità è
        la condizione per uno sviluppo che faccia crescere posti di lavoro e
        determini condizioni generalizzate di benessere». Condito con un
        corollario di emancipazione prometeica: «Siate atipici, sarete liberi».
        Nient’altro che quella «società attiva, (…)necessario contesto per
        lo sviluppo delle risorse umane» del “Libro bianco” del ministro
        del Welfare Maroni. Il carosello andante di una vulgata liberista.
        E lo spartito non cambia nemmeno con gli ultimi aggiornamenti,
        quelli delle nuove formule cucite nel decreto attuativo di quella
        “riforma”: staff leasing, job on call, job sharing.
        L’inglese magari funziona come tecnicismo rassicurante.
        Ma la traduzione – reale – suona ancora inequivocabile: lavori comunque
        occasionali, precari.
        L’orizzonte ormai fisso su cui si muove ogni progetto firmato dal
        governo Berlusconi. Che guarda avanti ghignante come se avesse in
        tasca una panacea. Tritando però, con doppiopetti patinati, le rotelle
        di carne del nuovo mercato. Perché il coro di voci sorde che
        sale dal Viaggio nell’Italia del lavoro flessibile di Domenico Valter Rizzo
        (Editori Riuniti) disegna il canovaccio di un bluff. Non una colonia
        di esploratori: già un 25% della forza lavoro italiana, spalmata tra
        interinali, CoCoCo, Cfl e articolo 23, quello dei lavori socialmente
        utili. Ragazzi di 30 anni, figli prolungati fatti passare come scampati
        alla fabbrica e al lavoro subordinato, si ritrovano atomi in una rete
        amorfa di relazioni. Finendo in un meccanismo di sfruttamento e
        straniamento addirittura potenziato.
        Che polverizza tutte le (indotte) aspettative di umanizzazione
        del lavoro – occupazione duttile, gestione propria del tempo libero,
        autonomia – per stabilire l’irruzione totalitaria del lavoro nella vita,
        fino a farne un unico, flessibile, strumento di produzione.
        «Conosco i turni che avrò la settimana successiva solo il venerdì
        pomeriggio, se decidessi di sposarmi non potrei nemmeno scegliere
        la data»: “le Torri” della compagnia telefonica Wind, Napoli, un
        contratto di formazione lavoro tramutato in part time indeterminato.
        «Ma in realtà sono diventata una schiava a 400 euro al mese».
        Comunque una fortuna. Perché con i Clf c’è chi va avanti fino
        a diventarci vecchio a 31 anni: rinnovo impossibile, grazie e
        arrivederci. Gli incentivi sanno diventare una ghigliottina.
        Ma le aziende assumono solo così, in modo da recuperare i soldi
        dallo stato. Una speculazione. La formazione c’entra nulla, non
        si “forma” nessuno. Nella maggioranza dei casi si rimane
        assolutamente dequalificati.
        Mobili, pronti ad essere rimpiazzati. Quasi l’opposto della fabbrica:
        perché spesso è il radicamento del lavoratore nell’azienda a permettere
        la specializzazione sul prodotto, e la riconversione automatica
        quando c’è innovazione tecnologica.
        A Suzzara, bassa padana non leghista, sui cartelli «non si affitta
        agli interinali». Fantasmi, che oggi ci sono e domani non si sa.
        Quindi niente casa e niente rate per comprare i mobili.
        Interinali, questi qui dell’Iveco, continui da anni.
        Ma la certezza del rinnovo non c’è mai: così si tiene la testa bassa dal
        punto di vista sindacale e si riga dritto. Si va al cane mangia cane
        con il vicino di postazione, una competizione a somma zero che
        sgretola ogni coscienza del lavoro – e della dignità del lavoro – per
        acerba che sia. Diritti diminuiti, limitati al contratto nudo: prestazione
        contro denaro. Assenza di una rete sociale di protezione.
        Isolamento. Primo tassello per una subordinazione che diventa collettiva.
        Come denunciato anche dal rapporto dell’Unione Europea sul
        «futuro del lavoro», pubblicato a inizio 2003 anche in Italia.
        Niente progetti, niente domani. Un presente indefinito, cavo.
        Certe volte peggio. Come per quei dipendenti dell’altra telefonica
        Blu visti sfilare d’estate a Palermo sotto le finestre di “vasavasa”
        Cuffaro, il governatore della Sicilia.
        Addosso avevano scritto «6 agosto 2002». La data di scadenza
        del loro Clf, la loro data di scadenza.
        Più che lavoratori sembrano yogurt.