Quei bravi operai leghisti

11/11/2010

Durante l’ultima campagna elettorale per il voto amministrativo l’allora ministro Luca Zaia, poi eletto presidente del Veneto, inaugurò una sede della Lega a Porto Marghera, storica cattedrale di mezzo secolo di industria e di lotte operaie. «La decisione di avere una presenza qui non deve essere presa come una provocazione – disse –ma come un segnale di vicinanza alla gente di Marghera. Noi leghisti siamo abituati a fare la rivoluzione gandiana, siamo noi il vero partito laburista…». La questione degli operai iscritti alla Cgil e che votano Lega, o più in generale di quelle masse di lavoratori sindacalizzati che hanno trasferito il loro voto dai grandi partiti della tradizione cattolica, socialista e comunista, al partito di Bossi si ripropone dopo ogni consultazione elettorale, con le mappe dei sociologi del grande Nordche cambiano colore. Ma il fenomeno elettorale è vecchio di trent’anni e oggi si presenta, almeno per un sindacato responsabile come la Cgil, in termini più stringenti per le conseguenze della crisi economica, per la lacerazione del tessuto sociale e per la persistente mancanza di un’offerta politica alternativa alla Lega sul territorio. Per capire cosa sta succedendo la Flai-Cgil (l’organizzazione dei lavoratori dell’agroindustria) ha realizzato con l’università Ca’ Foscari una bella inchiesta dal titolo «Veneto Agro – Operai e sindacato alla prova del leghismo (1980-2010)», curata da Alessandro Casellato e Gilda Zazzara. L’indagine si basa su questionari e interviste realizzate tra i dirigenti e i delegati sindacali iscritti alla Cgil in Veneto che, è bene dirlo subito, non mostrano imbarazzo nell’avere in tasca la tessera del sindacato di Susanna Camusso e votare per la Lega. Al massimo qualcuno mostra un po’ di prudenza, non si concede a un outing pubblico, ma il risultato è chiaro: la militanza, la lotta sindacale in fabbrica non è ritenuta in contrasto con il consenso politico sul territorio a Bossi. Anzi in alcune interviste emerge chiara la motivazione che spinge i lavoratori, i delegati a praticare questa doppia identità. La Cgil, dice Luca Barbaresco, un lavoratore che vota Lega, «è il sindacato che ha nome, che ha valori, che lotta». La Cgil dà risposte in fabbrica ed è vissuta, alla pari della Lega, come un modo, uno stile, una scelta di vita quasi antropologica. Nella Cgil ci sono dentro uomini e donne che «tengono botta», che non si sottomettono, che non stanno «co le recie basse» davanti alle prepotenze e alle ingiustizie. Dagli stessi operai e delegati la Lega è vista come un partito di destra che vuole soprattutto limitare l’immigrazione (49% delle risposte), ma che svolge anche azioni positive come la capacità di essere presente nella vita delle comunità, di offrire un’appartenenza, di garantire sicurezza e di difendere gli interessi degli operai. In larga misura il giudizio dei lavoratori sulla politica è negativo perché «tutti i partiti sono uguali e pensano solo alle poltrone » (68%). La politica è lontana, fa quasi paura. Anche la Cgil (per il 45%) «fa troppa politica». Viene affermata la prevalenza del lavoro sindacale, «io faccio il delegato, non mi occupo di politica» (49,6%) e la politica è ritenuta la causa delle divisioni tra sindacati che «per questo non hanno presa sui lavoratori» (71,7%). Com’è possibile che operai e delegati così responsabili sul luogo di lavoro poi fuori si identifichino con una forza politica che discrimina gli stranieri, i diversi, che alimenta paure e banalizza ogni conflitto? Di questo si discuterà oggi pomeriggio alla facoltà di Scienze politiche dell’Università Statale di Milano (via Conservatorio, 7) dove verrà presentata l’indagine con la partecipazione di storici, sociologi e sindacalisti come il segretario della Cgil Lombardia, Nino Baseotto, un veneto. «Noi della Cgil abbiamo un problema serio e lo affrontiamo da anni ma senza grandi risultati» ammette Baseotto, «non possiamo limitarci ad essere soddisfatti del riconoscimento che i nostri iscritti ci riservano, dobbiamo spiegare e superare il limite che esiste tra chi in fabbrica si batte per i nostri valori e fuori si affida, invece, alla Lega. Da tempo manca una proposta politica alternativa a quella di Bossi, anche perchè la sinistra perdendo contatto col mondo del lavoro non può recuperare da un giorno all’altro». Maè anche il sindacato confederale in ritardo o no? «I nostri sforzi devono essere concentrati su una nuova stagione della contrattazione che deve uscire dai luoghi di lavoro e diventare territoriale, solo così possiamo presentare e difendere valori e diritti che non possono essere confusi con quelli della Lega» conclude Baseotto.