Quando lo Stato cancella il lavoro

31/05/2010

Li chiamano “sacrifici”. E per molti come al solito i lavoratori dipendenti sacrifici saranno. Sono gli stessi lavoratori che contribuiscono all’ottanta per cento delle entrate tributarie, come ha spiegato Romano Prodi. Giusto quindi, per il centrodestra, chiamarli a ulteriori rinunce e non toccare, invece, coloro che vivono di rendite finanziarie. C’è poi, sempre nel mondo del lavoro, chi non è chiamato a un qualche sacrificio, bensì proprio a una scomparsa. Una specie di scelta tombale. Sono i precari del pubblico impiego. Un esercito di ricercatori, insegnanti, tecnici, impiegati. Dovranno andarsene e con loro se ne andrà un pezzo di efficienza statale. Con un danno per l’economia complessiva e per il benessere dei cittadini tutti. Nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, nei servizi comunali, nei ministeri cresceranno i disagi. Quei precari erano stati, infatti, chiamati per sopperire a vuoti di organici, a necessità oggettive. Sono il perno di una battaglia per ora intrapresa dalla sola Cgil. È una mobilitazione che può essere resa più forte dal recente documento, sui temi del lavoro precario, votato dal Pd, superando incomprensioni e differenziazioni. È la proposta, in sostanza, di far costare quel lavoro atipico più del lavoro normale e non viceversa come avviene ora. Un modo per unificare davvero i diversi lavori e che dovrebbe essere in sintonia anche con le posizioni di Cgil, Cisl e Uil. Mentre l’idea del “contratto unico”, pur con la potenza evocativa di cui gode, non sembra puntare a districarsi nella giungla delle infinite forme contrattuali esistenti e a basso costo. Semmai il problema ora è come far diventare realtà quella nuova parola d’ordine su “diritti eguali per tutti”. Magari nel vivo della discussione sulla crisi e su una “manovra” che proprio sui precari poggia la propria forza. E mentre i giornali sono ricolmi d’indagini sulla scoperta di milioni di giovani costretti a fare i bamboccioni nullafacenti. Oppure su unmilione di cinquantenni (vedi «la Stampa» di qualche giorno fa) spediti a casa. In paradossale contrasto con la nuova manovra che allunga di qualche periodo l’età della pensione. Contraddizioni del nostro Paese. Rese più acute da un recente servizio di «Repubblica » intento a descrivere i trentenni di Berlino addirittura felici con un primo stipendio a 42.700 euro l’anno. L’Europa non è tutta eguale. Sono tanti tasselli che spiegano come sia giusta la mobilitazione in atto nel Paese. La parola “equità” evocata dal presidente Giorgio Napolitano può diventare una scelta vera e contribuire a ridisegnare un intervento complessivo capace di non aumentare le diseguaglianze e determinare (non deprimere) lo sviluppo di risorse umane e produttive