Quando l’imprevidenza è delegata

04/01/2002
 
   


04 Gennaio 2002



 



Quando l’imprevidenza è delegata
I punti caldi della riforma delle pensioni varata dal governo Berlusconi. Il destino del Tfr nei Fondi

Obiettivi

La delega sulle pensioni rispetta i desideri della Confindustria.
Il risultato finale sarà il taglio delle pensioni pubbliche
SERGIO CESARATTO

Prima di Natale il governo ha varato la delega previdenziale, che inizia così il suo iter parlamentare e che sarà oggetto di nuove polemiche. E’ interessante quindi cercare di rispondere alle domande ricorrenti che si stanno facendo sull’argomento. Vediamo dunque in che cosa consiste veramente. La delega previdenziale, varata insieme a quella fiscale e subito dopo l’altra delega sulla riforma del mercato del lavoro, ruota attorno a due punti: (a) incentivi a lavorare una volta maturati i diritti pensionistici e (b) destinazione del Tfr ai fondi pensione (Fp) accompagnata dalla decontribuzione per i nuovi assunti ed aumento dell’aliquota contributiva per i parasubordinati. Poniamoci alcune domande intorno ad essa.
Quali sono gli obiettivi del governo?

L’obiettivo (a) è di procrastinare il pagamento delle pensioni di chi accetta di lavorare più a lungo. Si perdono i contributi di questo lavoratore (la cui pensione smette corrispondentemente di maturare), ma v’è un beneficio netto per i conti previdenziali. La Confindustria non desiderava una elevazione rigida dell’età di pensionamento per non privarsi del ricambio generazionale che è fisiologico per le imprese. La delega prevede infatti l’assenso delle imprese alla continuazione dell’attività lavorativa. Tale possibilità, sebbene con meno incentivi, già esisteva peraltro con la finanziaria 2001, ed è fallita (
La Stampa, 23-12-01). A quanto affermano i tecnici, resta più conveniente, per chi ha l’interesse di continuare a lavorare, farlo in nero. Oppure cumulare pensione e reddito da lavoro; ciò viene consentito con l’obiettivo di far emergere il lavoro nero, ma incentivando così i pensionamenti anticipati. Non è invece passato il tentativo di Confindustria di introdurre misure fortemente penalizzanti nei confronti delle pensioni di anzianità, lasciando alle imprese libertà di collocare i lavoratori in pensione a loro piacere.
Si può dire "qualcosa di sinistra" sull’allungamento della vita lavorativa?

Attualmente gli effetti dell’allungamento della vita lavorativa sono di ritardare il
turn-over di posti di lavoro fra giovani e anziani. Alla faccia di chi grida all’allarme demografico, vi sono in Italia milioni di giovani senza lavoro. Diversa sarebbe una situazione di piena occupazione, in cui il lavoro degli anziani non sottrae lavoro ai giovani e in cui la crescita dei salari consente copiosi flussi contributivi. In questo quadro sarebbe un fatto di libertà che ai lavoratori in età matura fosse offerto uno spettro di scelte.
Attraverso le misure punto (b) della delega si crea la previdenza complementare?

L’operazione mira a compensare la diminuzione delle pensioni pubbliche dovuta alle scorse riforme imponendo il ritiro graduale dell’ex-Tfr, una volta in pensione, come vitalizio. Dunque si compensano le minori pensioni future utilizzando quattrini già dei lavoratori. Tuttavia col trasferimento del Tfr dalle imprese ai Fondi pensione non si crea il
sistema a capitalizzazione, ma in prima battuta semplicemente si trasferisce la gestione di una forma previdenziale a capitalizzazione già esistente (il Tfr) dalle imprese alle banche e alle assicurazioni, dunque un favore fra amici.
Le imprese chiedono compensazioni in cambio della cessione del Tfr "maturando" ai Fp. Chi pagherà?

Nella logica della delega la riduzione dei contributi – da 3 a 5 punti percentuali – versati dalle imprese a favore dei nuovi assunti a tempo indeterminato dovrebbe compensare le imprese; mentre l’aumento della contribuzione per i parasubordinati – dal 13 al 16,9% – assieme agli aleatori risparmi sub (a), andrebbe a compensare l’Inps per i minori introiti correnti. Ai giovani lavoratori verrebbero garantite le pensioni future accreditando loro in maniera virtuale i mancati versamenti contributivi delle imprese. Alla luce dell’analisi economica la contribuzione contrattualmente versata dalle imprese è parte del salario lordo. Il mancato versamento è dunque un regalo alle imprese – o a chi deterrà i titoli obbligazionari emessi dalle imprese per recuperare i flussi di finanziamento venuti meno con la cessione del Tfr. Chi da ultimo paga sono i parasubordinati che versano di più. Non è un bel risultato se il Tfr renderà di più ad alcune fasce di lavoratori, ma tale maggior rendimento è indirettamente pagato da altre fasce di lavoratori.

Questi sono gli unici costi correnti dell’operazione?

Probabilmente no. Infatti una parte cospicua dei miglioramenti nei conti previdenziali, per circa 4.000 mld nel 1997-2000 e 8.500 mld previsti per il 2001-5, sono stati dovuti proprio ai risparmi dovuti al mancato decollo della previdenza complementare. Questa ha costi gestionali molto forti, per cui ci vogliono notevoli sgravi fiscali per renderla competitiva. Se essa parte, ci sarà un aggravio sui conti pubblici con tagli alla spesa sociale – nei fatti un ulteriore taglio dei salari. E non è detto che le imprese non chiederanno altri quattrini.

Si sostiene che i giovani lavoratori dipendenti non vedranno le loro pensioni future decurtate
. E’ credibile?
No. Questa affermazione ha ora a costo zero e può ben essere smentita nel futuro. La quantificazione fornita
di sua iniziativa dal Ragioniere Generale dello Stato, prof.Andrea Monorchio il 24-12-01, indica un aggravio futuro per il bilancio del sistema previdenziale pubblico di 13-14 mila miliardi di lire attorno al 2020-25. Qui si capisce la strategia di Confindustria e del suo esecutivo: il peggioramento futuro nei conti previdenziali farà ritenere inevitabile un attacco più radicale alle pensioni pubbliche (nella delega è scritto che la sua attuazione "non deve comportare oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica").
Stefano Parisi, direttore generale della Confindustria, ha successivamente offerto l’interpretazione autentica della delega (
Il Sole24 ore, 29-12-01). Preoccupato della denuncia che da più parti (ma singolarmente non dalla Corte dei Conti) è stata fatta dei costi correnti e futuri della delega, egli ha affermato come non sia vero che le pensioni pubbliche future non saranno toccate: "E’ evidente -egli afferma – che [l'invarianza della pensione totale] la si garantisce riducendo il peso della previdenza pubblica e facendo crescere quello dei fondi integrativi". Questo non è quello che c’è scritto nella delega ma è quello che si ha in mente. E’ questa la medesima strategia della delega fiscale: inaridire le entrate per distruggere la spesa pubblica. E’ una strategia ben nota al capitalismo ultraliberista.
La decontribuzione farà aumentare l’occupazione?

E’ poco credibile. L’occupazione non cresce perché la domanda effettiva non cresce. Certo, l’industria italiana non regge la concorrenza tecnologica con l’estero e si punta a diminuire i salari reali per resistere. E’ una strategia miope. I tagli sciagurati all’università (una vendetta perché è partita una riforma che ha fatto crescere del 10% gli iscritti?) e lo smantellamento della scuola pubblica la dicono lunga sulla lungimiranza degli imprenditori italiani e la volgarità del loro governo.

Da ultimo, chi vedrà il Tfr passare ai Fondi pensione ci guadagnerà?

In prima battuta, se le imprese non ci perdono e il Tfr rende di più, qualcuno deve rimetterci, come si è visto. Secondo alcuni economisti è dal reinvestimento del maggior rendimento dell’ex-Tfr che verranno i veri guadagni (gli interessi sugli interessi). Questo implica, tuttavia, che dall’
investimento finanziario di quei rendimenti scaturiscano investimenti produttivi, il che non è affatto assicurato. La finanza italiana spera in realtà in una qualche bolla borsistica nel capitalismo di rapina verso i paesi in via di sviluppo (vedi Argentina). Per i dipendenti pubblici il conferimento del Tfr ai Fondi comporta inoltre un aggravio diretto per lo Stato e questo dovrà tagliare altre spese sociali.
Ma cosa avrebbe fatto il centro-sinistra se fosse stato al governo?

Avrebbe fatto più o meno le stesse cose nei riguardi del Tfr, tranne che invece che ridurre i contributi avrebbe ricompensato le imprese con adeguati sgravi fiscali, comunque un carico sulla spesa pubblica. Avrebbe forse agito nei confronti delle pensioni pubbliche future riducendone l’importo attraverso un più preciso conteggio delle speranze di vita all’atto del pensionamento ai fini del calcolo dell’assegno pensionistico. V’è da temere che i "monetaristi democratici", secondo la calzante definizione di Andrea Ginzburg, consiglieri economici di Rutelli e D’Alema, sarebbero stati solo più eleganti e compassionevoli, ma la sostanza non sarebbe poi mutata gran che.