Quando le parole superano la soglia critica

03/07/2002




Mercoledí 03 Luglio 2002

La «solitudine» di Biagi

Quando le parole superano la soglia critica
ROMA – C’è una solitudine con cui Marco Biagi ha dovuto fare i conti. Un «cordone sanitario», come ha scritto Pietro Ichino in un suo commento sul Corriere della Sera, di cui a un certo punto si è accorto. Per il professore bolognese la scrittura del Libro bianco e della delega lavoro, ed anche gli editoriali per il «Sole-24 Ore», sono stati, giorno dopo giorno, la scoperta dell’abbandono: del mondo accademico ma anche di quello istituzionale che nulla ha fatto. Una doppia solitudine si è quindi allungata su di lui. Gli attacchi che gli arrivavano dai suoi colleghi giuristi, dal sindacato, si specchiavano nell’indifferenza delle istituzioni che lo ha accompagnato fino al 19 marzo. Ma la storia di Marco Biagi diventa in qualche modo emblematica. Un esempio di come le idee possano essere forzate per riaccendere ostilità ideologiche e diventare pretesto per un conflitto più aspro. Di come, ancora, la dialettica tra punti di vista diversi abbia bisogno del linguaggio dello scontro, della contrapposizione, senza la misura del confronto. Si parte dalla presentazione del Libro bianco, è ottobre. E questo documento con aspirazioni riformistiche viene subito ribattezzato in più modi. Per Sergio Cofferati è un «libro limaccioso», la sintesi di un collateralismo tra Governo e imprese. Per i giuslavoristi di sinistra, come Massimo Roccella è «Il libro nero del liberismo», una raccolta «delle più estremistiche richieste della Confindustria, una sorta di inimmaginabile libro nero del più ottuso iperliberismo». Le contestazioni sono puntate sul merito delle proposte contenute: dallo staff leasing al contratto a chiamata, al tentativo di manomettere il part-time. Ma prima di cominciare a esaminarle Roccella «deve trattenere il disgusto» per quelle che poi definisce «paccottiglia reazionaria». Il Libro bianco produce un atto legislativo: la delega lavoro, che include la riforma dell’articolo 18. Siamo a novembre, c’è subito la reazione unitaria del sindacato. E questo provvedimento legislativo diventa «un disegno autoritario nel metodo, eversivo nei contenuti», come si legge nel sito della Cgil, dove un pool di giuristi lo bolla come un passo ulteriore e deteriore: «Dalla lettura si evince come la precarizzazione e la mercificazione dei rapporti di lavoro delineata dal Libro bianco, vengano portate, nel disegno di legge delega, alle estreme conseguenze». È scontato il punto di vista diverso, la contestazione dei singoli capitoli di riforma, l’avversione verso il merito e le prospettive. Ma il linguaggio ci porta indietro di anni e anni. È febbraio. Il 23 a Torino Cofferati e Biagi si trovano faccia a faccia nello stesso convegno. Quel giorno, in un’intervista alla Stampa, il leader della Cgil, senza fare il nome del professore, dichiara: «Osservo solo che l’autore delle proposte è tra gli estensori del Libro bianco del Governo, membro del Comitato scientifico di Confindustria, ed è il relatore che proporrà modifiche al sistema contrattuale. Quando parlo di collateralismo tra Esecutivo e Confindustria, non dico cose campate in aria». In marzo lo scontro sociale tocca la punta più alta. Il sindacato è ancora, ma con difficoltà, compatto. Il Governo va avanti sulla riforma dell’articolo 18. Il Manifesto il 15 marzo titola: «Il Luogo del delitto» con lo sfondo della sala stampa di Palazzo Chigi e dei ministri riuniti, sotto, nel sommario: «Berlusconi ricompatta i sindacati e li sfida dicendo: faranno uno sciopero dei padri contro i figli». Ma dal Governo la battuta infelice e troppo sbrigativa, è quella che liquida le proteste sindacali al rango di «scampagnate» contribuendo ad alimentare un clima di contrapposizione. «Qui c’è stato l’errore di cui anche Marco si lamentava – dice l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu -. Quello cioè, di non aver dato spazio alla concertazione. È questo il passaggio che serve per far sbollire il conflitto, far parlare e rispettare i protagonisti, prendere tempo». Si arriva a ridosso della morte di Marco Biagi quando circola tra accademici e intellettuali di sinistra un appello contro quelle norme di riforma. «La modifica dell’articolo 18 è sintomo di un disegno politico che punta a scaricare l’insicurezza sui singoli per garantire dal rischio le imprese. E il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo è semplicemente un atto di arroganza. È un licenziamento moralmente ripugnante che nessuna persona perbene intimerebbe. La politica che vuole delegittimare, monetizzandolo, questo potere non ha nulla a che fare con l’antico ideale di rendere possibile "la vita buona"», firmato Silvano Belligni, Alfonso Di Giovine, Mario Dogliani, Angelo D’Orsi, Alfio Mastropaolo, Livio Pepino, Nicola Tranfaglia, Gianni Vattimo. Treu, oggi deputato della Margherita e amico personale di Marco Biagi, ora ripercorre quelle tappe: «Mi sembra di rivivere un clima quasi da anni ’50, da guerra ideologica. È tornata fuori un’ostilità, un muro contro muro che Marco Biagi ha sentito fino in fondo. Si è scontrato con un ambiente intellettuale sensibile ma anche un po’ cattivo. E soprattutto con l’opinione che un intellettuale o è di supersinistra o non è un intellettuale. Lo vedo anche nel nostro caso: il fatto che la Margherita abbia idee diverse su questa trattativa e abbia votato in Senato in modo differente, accende le diffidenze». Dal Libro bianco alla delega lavoro che contiene la riforma dell’articolo 18, si smarrisce la misura del merito. «Marco era costernato – ha scritto Ichino sul Corriere – perché in quello scontro, muro contro muro, nessuno entrava nel merito delle proposte. Queste erano ridotte a pura causa occasionale per una prova di forza all’ultimo sangue tra Governo e opposizione, nella quale la posta in gioco era principalmente un’altra». Ora forse la posta in gioco è più chiara. E i toni, dopo l’omicidio di Biagi, dopo i veleni di questi ultimi giorni, forse stanno uscendo dagli artifici del muro contro muro. Eppure qualche acuto ancora si sente. Ad Ancona, dove ieri si è svolto lo sciopero regionale proclamato dalla segreteria regionale della Cgil Marche, si leggeva questo striscione: «Pezzotta-Angeletti, vergogna! Vi siete venduti per un piatto di lenticchie». E qualche settimana fa, alla ripresa del confronto tra Cisl e Uil e il Governo sul lavoro, presidi Cgil hanno accolto l’ingresso di esponenti dell’Esecutivo e dei sindacati. «C’è stato un crescendo nel linguaggio – dice Treu – perché la vicenda dell’articolo 18 si è caricata sempre più di significati politici, ideologici. Si è sviluppata in un contesto fortemente polarizzato. Dire a Pezzotta e Angeletti di essersi venduti riflette questo clima di imbarbarimento, in cui il merito resta lontano e prevalgono gli attacchi. Anche Cofferati che parla di patto scellerato dà l’idea di come si è deteriorato il confronto. Perché scellerato? Puoi dire che non ti sta bene. Che bisogno c’è di caricare i toni? Detto questo, la criminalizzazione del segretario della Cgil è assolutamente fuori luogo». E adesso? «Propagandiamo il buon senso», dice Treu.

Lina Palmerini