Quando l’ansia di chiudere comincia a cinquant’anni

23/02/2004

    21 Febbraio 2004

    reportage
    Maria Corbi

    SOGNI E PROGETTI DELLA GENERAZIONE CHE SI RITIRERA’ NEI PROSSIMI ANNI
    Quando l’ansia di chiudere
    comincia a cinquant’anni
    Giacomo: «Suonerò il violoncello e andrò a scuola di cucina».
    Giulia: «Farò la nonna». Piero: «A pesca, mentre la moglie lavora»

    ROMA

    TUTTO è relativo nella vita, anche l’idea di pensione. Ci sono quelli che vivono per lavorare e vedono questo appuntamento come una gogna di solitudine e inefficienza; ci sono quelli che lavorano per vivere e contano giorni, mesi, anni alla fine di quella «naja» chiamato posto di lavoro. E sono questi ultimi, coloro che reclamano spazi di vita privata tra famiglia, hobby e riposo, a chiedersi in queste ore che cosa cambi per loro. Con il primo progetto di riforma era stampato nero su bianco: il loro destino professionale doveva durare quarant’anni o comunque arrivare ai sessantacinque anni di età. Adesso, nelle prime ore del varo delle nuove norme, le cose non sono chiare, ma in molti si accende la speranza di un’«alba» più vicina. Soprattutto la classe dei cinquantenni: alcuni di loro iniziano a volare con la fantasia e a pregustare il momento in cui riconsegneranno il cartellino. Perché questo, scopriamo oggi e sempre quando si tratta di pensioni, non è un mondo di «workalcolic», di drogati del lavoro che non sanno fare a meno del ritmo da ufficio.
    Se qualcuno pensa che sia impossibile mettersi le pantofole quando è da poco scoccata la mezza età in un’epoca in cui la speranza di vita è molto dilatata, basta che ascolti attentamente intorno a sè, persone normali che rivendicano un pezzo di esistenza senza obbligo e con il solo piacere di dedicarsi alle proprie passioni. Giacomo compie 54 anni il 24 febbraio, e adesso che il governo ha varato la riforma sa che ha guadagnato cinque anni secchi rispetto alla prima ipotesi, la cosiddetta delega d’autunno. Si era rassegnato a lavorare fino al 2015 (prima assunzione regolare nel 1975), mentre adesso staccherà nel 2010. E allora, altro che doppio lavoro! Per Giacomo lo stress da inattività non esiste. Suona in un complesso di ex compagni di ragioneria il violoncello, ama andare ai concerti e anche cucinare. Da qualche anno la sera, quando può, raggiunge gli amici per un po’ di musica e poi prepara pasta con sughi «sperimentali», così li chiama lui, per tutti. Tra sei anni, quando appenderà al chiodo il suo «colletto bianco» i piani sono fatti: non solo musica ma anche scuola di cucina. Sulla sua scrivania, in una cartellina rossa, ci sono tutte le informazioni trovate su internet sui migliori chef del mondo e le loro scuole. «Adesso che non vedo più la pensione come una meta irragiungibile o comunque lontanissima, inizio a stare meglio anche psicologicamente. Non è umano lavorare tutta una vita, uno spicchio di vita autonoma e vigorosa spetta di diritto a tutti. Altrimenti è veramente un inferno, con il passaggio diretto dall’ufficio alla casa di riposo».
    Ma Giacomo in questa sua corsa verso il giorno della libertà dal lavoro corre in buona compagnia. La sua generazione è la più interessata perché è quella che maggiormente subisce gli effetti immediati della riforma. Piero non ha la stessa moltitudine di interessi di Giacomo, ma si è scocciato lo stesso di lavorare. «Non ho mai capito i miei colleghi che non riuscivano a staccare dal lavoro. Io lavoro come impiegato in un setificio a Caserta, mi piace ma non è certamente tutta la mia vita». Scarabocchiando su pezzetti di carta con un pennarello blu cerca di fare i calcoli e capire. Classe 1952, inizio lavoro nel 1977. «Forse riesco ad andare in pensione nel 2012 invece che nel 2017». In attesa che il sindacato gli calcoli esattamente la sua situazione, Piero sogna. Tutto riposo che si avvicina, tempo libero da passare a pesca sul lago Trasimeno, vicino al paesello dove sono nati i suoi genitori e dove adesso ha una casetta. «Dopo questi anni con il terrore di perdere il lavoro e la pensione, avrò finalmente un po’ di pace. Mia moglie continuerà invece a lavorare perché è stata assunta tardi, quando i bambini erano già grandi. Ma almeno adesso, quando arriveranno i nipotini, potrò dare una mano. Metteteci anche questo problema: se i nonni devono lavorare, come fanno i giovani a fare i figli? A chi li lasciano se non hanno i soldi per pagarsi una domestica?».
    Anche Giulia farà la nonna a tempo pieno. La decisione di riformare la previdenza solo a partire dal 2008 l’ha salvata dalla prospettiva di rimanere ancora molti anni a lavorare. Tanti anni in cattedra a insegnare ai ragazzi delle scuole medie l’inglese. «Quando dico che quella dell’insegnante è una professione usurante la gente si mette a ridere. Non sa che cosa significhi farsi carico dei problemi degli alunni e portare la responsabilità di indirizzarli verso il futuro. E tutto per stipendi da fame. Senza contare che le cose non stanno più come una volta, quando i professori avevano tutto il pomeriggio libero per stare in famiglia o dare ripetizioni private. Adesso ci sono i rientri, i corsi, le riunioni didattiche. Basta, voglio stare a casa e godermi i miei ragazzi a tempo pieno. E dedicarmi anche a una mia vecchia passione, la scrittura. Da sempre ho il sogno nel cassetto di scrivere un romanzo, la storia di una donna normale come me, perché le eroine non sono solo quelle che vediamo in televisione, ma anche chi ha dovuto crescere da sola due ragazzi con lo stipendio che lo Stato passa agli insegnanti».