Quando il lavoro diventa precario per legge – di C.Treves

13/01/2003

              domenica 12 gennaio 2003

              In arrivo nuove fattispecie che moltiplicheranno le occasioni
              di conflitto. In discussione anche il ruolo del sindacato
              che rischia di diventare un pericoloso ibrido

              La riforma, che presto avrà il via libera definitivo di Palazzo
              Madama, modifica i capisaldi introdotti nel 1970 dallo
              Statuto dei lavoratori
              ‘‘ ‘‘
              Quando il lavoro diventa precario per legge
              La delega all’esame del Senato cambia le regole. A tutto favore delle imprese
              Si potrà essere dipendenti di più società, con la conseguenza che
              il licenziamento è aggirato

              ROMA Iniziamo una collaborazione con alcuni «mercato-lavoristi» della Cgil e con il dipartimento politiche attive del lavoro, per rendere più comprensibili ai nostri lettori le diverse riforme messe in
              campo dal governo in materia di lavoro.
              Tra le principali novità: la delega sulla riforma del mercato del lavoro, le nuove politiche per il collocamento, l’emersione.
              Su queste dedicheremo le prossime puntate.

              Claudio Treves

              Ci sono documenti che rappresentano delle tappe fondamentali nella storia del diritto del lavoro: la legge 300, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, è il primo esempio. La delega sul lavoro, nota come
              disegno di legge 848 B in discussione al Senato, può essere considerata un esempio di tipo opposto.
              Come nel primo caso il legislatore si pose l’obiettivo di limitare il datore di lavoro nell’esercizio del suo potere bilanciando così un
              rapporto che si sapeva non paritario, così la nuova delega parte da una visione ideologica che invece considera il rapporto di lavoro sostanzialmente simile al rapporto commerciale, in cui i contraenti sono assimilabili nel rappresentare interessi analoghi e componibili
              tra loro. Da questo punto di vista, il diritto del lavoro è seriamente a rischio.
              Per punti. Il primo momento in cui datore e lavoratore si incontrano è
              nel mercato del lavoro, ossia nella fase della ricerca (collocamento e formazione), il secondo è quando il rapporto di lavoro si costituisce, e infine nel momento vertenziale.
              Ebbene, in ciascuno di questi momenti la delega agisce partendo dal presupposto che deve essere sempre più facile far prevalere il punto di vista delle imprese. Volendo trovare un riferimento culturale, viene in mente Guido Carli e la sua denuncia su «lacci e lacciuoli» che impedirebbero lo sviluppo dell’Italia: adesso si identificano quegli impedimenti nella legislazione a tutela del lavoratore, e si presume che rimuovendola le imprese saranno più invogliate ad assumere. Come si vede è un attacco culturale al pensiero giuridico degli ultimi 30 anni.
              Durante la fase di ricerca, moltiplicando i luoghi e le sedi deputate all’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro: non solo rendendo residuale il momento pubblico del servizio all’impiego, ma concedendo praticamente a chiunque la facoltà di fare collocamento.
              Le società di lavoro interinale cessano di essere vincolate a svolgere soltanto quest’attività, ma possono fare anche collocamento, così come lo possono fare gli enti bilaterali, costituiti dalle associazioni
              d’impresa e dai sindacati, ma ancora i singoli consulenti, le università,
              le scuole secondarie superiori, gli enti locali. Cosa ne consegua è facile da intuire: la concorrenzialità tra diversi soggetti nella stessa attività porterà ad una selezione più spinta tra potenziali prestatori di lavoro, l’impresa avrà più «scelta» tra i soggetti da assumere: saranno le fasce deboli della popolazione ad essere spinte ai margini.
              Non solo: la delega si spinge ad abbattere persino il dato fin qui pacifico, per cui assunzione significa diventare lavoratore alle dipendenze di un imprenditore. Adesso assistiamo alla nascita
              dello staff leasing, che una volta si chiamava appalto di manodopera ed era proibito, essendo un parente prossimo del caporalato. Con il bel risultato che anche il licenziamento è aggirato, declassandosi il rapporto di lavoro ad un rapporto commerciale tra due imprese,
              che potrà naturalmente venire a cessare senza che nessuna delle due debba – al massimo – andare oltre il pagamento di una penale.
              Ma come si potrà distinguere tra interposizione lecita ed illecita?
              Qui la risposta della delega è illuminante: la differenza sta nel fatto che la distinzione sia stata concordata tra le parti a livello contrattuale.
              Andiamo oltre: una volta individuato il lavoratore, oggi la casistica delle
              possibili tipologie d’impiego è già sufficientemente ricca, ma evidentemente non bastava: ecco quindi il lavoro «a chiamata», occasionale, in coppia (o più modernamente in job sharing), a
              progetto. Ciascuna di queste nuove fattispecie ha la caratteristica di essere più debole, o meglio più funzionale alle sole esigenze del datore di lavoro. Indubbiamente il mercato dei servizi è assai diverso da quello degli anni del fordismo classico e la stessa produzione industriale è caratterizzata da cicli molto più brevi e intensi – pertanto il rapporto a tempo indeterminato e a tempo pieno può sembrare non sempre rispondente alle caratteristiche del mercato sopra descritte – ma le tipologie lavorative indicate nella delega vanno ben oltre: fanno entrare la precarietà strutturalmente nel rapporto di lavoro.
              Adesso è tutto sulle spalle del prestatore d’opera, che aspetterà vicino al telefono la chiamata per andare a lavorare, oppure lavorerà «a progetto» e non saprà come organizzare la propria vita, anche soltanto per cercarsi un altro lavoro per coprire i buchi lasciati da quello. Oppure ancora sarà assunto a tempo parziale ma non potrà rifiutarsi di prestare la propria attività nelle ore e nelle quantità che il datore
              di lavoro gli comunicherà, senza potersi rifare ad un orario convenuto e rigido di riferimento.
              Sorgeranno molte occasioni di conflitto e di vertenzialità: ed eccoci al terzo momento. Il legislatore ha ben presente che questo rischio è reale, e allora si inventa un nuovo strumento: la «certificazione».
              Una prassi che si svolgerà negli enti bilaterali, e significa che, prima
              dell’inizio del rapporto di lavoro si va lì, datore e prestatore di lavoro, e si dichiara che tipo di tipologia d’impiego si ha intenzione di attivare. L’ente bilaterale certifica la cosa, e a quel punto è preclusa la possibilità, per il lavoratore, di andare in causa a rivendicare, ad
              esempio, che si è trattato in realtà di un lavoro subordinato camuffato.
              Se il disegno è questo, allora si comprende l’improrogabilità di una battaglia in primo luogo culturale, anche perché la stessa funzione del sindacato confederale non venga snaturata a «fornitore di servizi».