Puglia: La Consulta “libera” gli ipermercati

29/06/2001



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BARI

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La Consulta ‘libera’ gli ipermercati
Bocciata la legge regionale che impediva le nuove aperture
Clamoroso provvedimento della Corte Costituzionale dopo il ricorso presentato da alcuni imprenditori

PIERO RICCI


Cominciata male e finita peggio. Davanti alla Corte Costituzionale. La riforma del commercio nella Regione Puglia è incostituzionale. Almeno in una parte, quella più delicata, quella più contrastata: il comma 3 dell’articolo 1 della legge numero 24 del 4 agosto 1999 sui principi e le direttive per l’esercizio delle competenze regionali in materia di commercio. Una norma piccola piccola ma efficacissima, piazzata nella riforma per «azzerare» l’invasione della grande distribuzione e dare una boccata di ossigeno al commercio tradizionale. Quella norma, piccola piccola, infatti, aveva una conseguenza grandissima perché prevedeva il blocco definitivo di tutte le richieste di nullaosta per l’apertura degli ipermercati presentate entro il 16 gennaio del 1998.
All’assessorato regionale dell’Industria, del commercio e dell’artigianato, giacevano 28 richieste. Tutte presentate nei termini, e sulle quali, secondo il decreto legislativo 114 del 31 marzo del ‘98, la giunta regionale avrebbe dovuto pronunciarsi, in senso favorevole o in senso sfavorevole, nei tre mesi successivi. La Regione, all’epoca, invece di pronunciarsi, invece di dire un «sì» o un «no», preferì la politica dello struzzo. Approvò prima una legge, il 20 gennaio del ‘98, per sospendere, ma temporaneamente, il rilascio dei nullaosta, facendo comunque salva la norma transitoria del decreto legislativo che la obbligava a pronunciarsi sulle richieste nei 180 giorni successivi. E poi, nell’agosto successivo, nella legge che adeguava la disciplina del commercio alle disposizioni statali introducendo una nuova classificazione delle strutture di vendita, inserì due righe, non di più, che lasciarono con un palmo di naso le 28 società che aspettavano una risposta dalla Regione: «All’esame delle domande di autorizzazione ex lege regionale 2 maggio 1995, numero 32, corredate a norma alla data del 16 gennaio 1998, non si dà seguito». Il seguito, questa volta giudiziario, l’hanno dato tre delle 28 società alle quali la Regione diede il benservito: la Codir, la Genim e la Italiana Generali Costruzioni. Prima un ricorso al Tar e poi il tribunale amministrativo regionale di Bari che solleva una questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte. La «sentenza» è arrivata, e la Consulta ha ritenuto la questione fondata: il comma 3 dell’articolo 1 della legge regionale 24 del ‘99 è incostituzionale. «Le Regioni a statuto ordinario – affermano i giudici costituzionali – non dispongono di una competenza propria in tema di commercio. Nell’ambito del commercio, alle Regioni spettano soltanto i compiti e le funzioni che lo Stato ha conferito loro attraverso leggi ordinarie o atti equiparati». Come il decreto legislativo 114 «le cui previsioni – sentenzia la Consulta – non possono essere disattese dalla legge regionale». Dicono i giudici: l’intendimento del legislatore nazionale di pronunciarsi sulle domande presentate entro il 16 gennaio del ’98, «è apertamente costrastato dalla censurata disposizione della legge regionale che ne sancisce un anomalo blocco prescrivendo che tali domande non abbiano più corso». Cosa accadrà, ora? Una cosa è certa: le 28 richieste di nullaosta che si riteneva seppellite, sono invece risuscitate.