Pubblicità Diretta: Con NIdiL una staffetta per combattere la precarietà

16/09/2013

di Simone Ceccarelli
Quello firmato con ANAD è un accordo che consentirà l’emersione di circa 12 mila lavoratori della pubblicità diretta, coloro che distribuiscono volantini pubblicitari nelle cassette postali. Grazie all’intesa, infatti, tutti i rapporti di lavoro parasubordinati vengono trasformati in contratti a tempo indeterminato, con il riallineamento graduale delle retribuzioni a quelle previste dal contratto nazionale.
Abbiamo chiesto ad Andrea Montagni, firmatario dell’accordo per la Filcams, di spiegarci come si è arrivati alla firma del protocollo e quali sono i suoi punti salienti.
Come è stato il percorso che ha portato a questo accordo? Qual è stato il ruolo di NIdiL e quale quello di Filcams?
“Tutto è iniziato con un accordo fatto da NIdiL, che ha colto i limiti, seppur parziali, introdotti dalla legge Fornero ai contratti di collaborazione, e trovandosi di fronte ad aziende che utilizzavano prevalentemente per la parte ‘emersa’ tali contratti ha avviato un confronto con la controparte e ha fatto con la categoria una sorta di staffetta, consegnandoci un lavoro avviato. In generale i rapporti fra Nidil e Filcams sono molto stretti, ed è naturale che sia così anche perché noi siamo una delle categorie che fa maggiormente i conti con la precarietà. C’è inoltre una comprensione reciproca del ruolo della categoria e di Nidil come struttura confederale di intervento sulla precarietà. Iniziata dunque la ‘staffetta’ si è avviata con Anad una discussione complessa, che rispondeva dal nostro punto di vista sindacale a tre criteri. Il primo era favorire, per la prima volta nella storia della contrattazione italiana, un’emersione di un intero settore, che attualmente è gestito da poche aziende che operano in maniera ‘visibile’ e molte altre invece con squadrette auto-organizzate che ricordano da vicino il caporalato dei tempi antichi. Il secondo problema che ci siamo trovati ad affrontare è stato quello di individuare il giusto contratto di riferimento per questi lavoratori, che per molti versi sarebbero potuti rientrare nel ccnl del terziario, e per altri invece nei contratti industriali. Alla fine abbiamo individuato nel contratto dei multiservizi quello di riferimento, dando così certezze ai lavoratori senza fare alcuna concessione in termini di flessibilità ulteriore rispetto a quella contrattuale. La terza questione affrontata nella stesura dell’accordo è stata quella di creare le condizioni per l’emersione del settore, consentendo alle aziende di adeguarsi progressivamente alle condizioni contrattuali in un percorso della durata totale di due anni e mezzo. Quello firmato alla fine è un accordo per molti versi esemplare, che ha suscitato reazioni contrastanti nelle parti datoriali: alcuni hanno infatti salutato l’accordo come l’inizio di una concorrenza reale nel settore, altri hanno invece il terrore che una volta ‘scoperchiato’ il nero non siano più in grado di operare con il margine di profitto che hanno avuto sino ad oggi, determinato non da un corretto rischio di impresa ma approfittando di una debolezza dei lavoratori”.
Come Filcams pensate che il percorso di gradualità nell’applicazione del contratto possa essere replicabile in futuro per l’emersione della precarietà?
“Dipende molto dalle condizioni che si affrontano volta per volta. Il percorso individuato per Anad è stato determinato dalla condizione particolare di un settore nuovo. Ci sono però diversi modi per uscire dalla condizione di precarietà: ogni meccanismo va adattato alla situazione alla quale ci si trova di fronte, non si possono fare delle generalizzazioni, anche perché bisogna sempre evitare di dare vita a meccanismi di dumping contrattuale fra lavoratori. Ad esempio, per quanto riguarda Anad noi abbiamo preteso che fosse scritto chiaramente che il personale addetto alla distribuzione di corrispondenza, che è cosa diversa dai depliant pubblicitari, non rientri nella sfera di applicazione di questo contratto, ma in quella del ccnl della posta privata. Sono situazioni che richiedono grande attenzione e duttilità, ma anche una chiarezza sugli obiettivi che ci poniamo. Nel caso di Anad l’obiettivo era l’emersione di un intero settore dal lavoro nero e irregolare; diversi sono i casi in altre aziende, dove ad esempio con contratti di solidarietà espansiva trasformiamo i contratti precari in contratti a tempo indeterminato: lì non siamo in presenza di una riduzione salariale, ma di una riduzione dell’orario di lavoro, che però è prevista dalla legislazione sui contratti di solidarietà di quel tipo e che non comporta modifiche o riduzioni della paga oraria. Altra cosa ancora è il riconoscimento vertenziale di situazioni di precarietà di singoli individui, che richiede meccanismi che comportano l’immediato passaggio a tutte le tutele e a tutti i diritti del contratto di riferimento e il riconoscimento sic et simpliciter della condizione di lavoro dipendente tutelato da un contratto. Ci tengo però a sottolineare che nel caso dell’accordo Anad nessun diritto dei lavoratori è stato toccato: malattia, ferie, orario di lavoro, limiti del part-time… C’è anzi una piccola perla, e cioè che per i diritti sindacali facciamo contare le teste, e non i full time”.
Ritieni che l’emersione del settore dal nero alla quale si è giunti grazie alla firma dell’accordo sia anche utile per ricomporre la “filiera della responsabilità sociale”, chiamando in causa direttamente i committenti della grande distribuzione?
“Certamente. Nei prossimi giorni con Anad passeremo alla stesura definitiva dell’intera intesa contrattuale. Con l’intesa abbiamo infatti messo nero su bianco le questioni immediatamente attuabili, mentre su tutte le altre ragioneremo in sede di stesura definitiva. E nel ‘preambolo’ della stesura definitiva largo spazio sarà dedicato all’obiettivo di richiamare la committenza ai suoi doveri contrattuali nei confronti delle aziende che per loro svolgono servizi, comportando così una politica tariffaria più equa, con beneficio per i lavoratori. Congiuntamente, noi e le associazioni padronali, chiederemo poi al governo di intervenire per la definizione di tariffe congrue per il settore. Vogliamo in definitiva essere uno strumento per una battaglia di legalità e trasparenza, dimostrando che l’affermazione dei diritti dei lavoratori non solo è compatibile con un quadro di certezze e di diritti, ma fa bene anche all’economia, al Paese, alla democrazia e alla civiltà delle sue istituzioni”.
Tu personalmente avevi già firmato assieme a NIdiL l’accordo Ifoa, che come quello Anad era volto all’emersione, se non dal nero comunque da altre forme di precarietà. Pensi che NIdiL e le categorie possano continuare a marciare insieme per ricondurre a lavoro dipendente ciò che non lo è, ma dovrebbe esserlo?
“Quello che abbiamo fatto a Ifoa è la conferma che se ci muoviamo con duttilità tattica e chiarezza di idee sugli obiettivi possiamo raggiungere molti risultati: portare alla luce tutto il lavoro dipendente che c’è e che è mascherato sotto altre forme di lavoro pseudo-autonomo, e che significano lavoratori sottopagati e con pochi o niente diritti. Allo stesso tempo, si può dare uno spazio di organizzazione anche al lavoro autonomo povero, non tutelato, affinché seguendo l’esempio del sindacato e recuperando quelle forme che tradizionalmente appartenevano alle associazioni degli artigiani e dei contadini creino un proprio meccanismo che li tuteli quali lavoratori sul mercato del lavoro e che si batta per i loro diritti. Ovviamente la collaborazione tra la categoria e Nidil è fondamentale da questo punto di vista, e possiamo dire che da questo punto di vista noi siamo un esempio positivo per tutta la Cgil”.