Prove tecniche per valutare i rischi e lo stress da lavoro

20/12/2010

Nelle aziende si respira un’aria da fibrillazione. Entro fine anno tutte le imprese e le organizzazioni, grandi e piccole con almeno un dipendente, dovranno programmare e avviare la valutazione dello stress da lavoro collegato. Si tratta di una malattia che coinvolge in Europa 40 milioni di lavoratori, con costi di assenteismo e di cura oltre quota 20 miliardi. Lo prevede l’articolo 28 del Decreto legislativo 81/08 (Testo unico), che impone la norma che ha subìto diverse proroghe e le relative sanzioni, che possono andare da 2.500 a 6.400 euro, sino alla reclusione da tre a sei mesi. Il ministero del Welfare ha tracciato le linee guida.
Definizione
Premesso che secondo recenti statistiche europee la patologia è in crescita, bisogna sapere che cosa significa stress da lavoro collegato. Esso viene definito dall’Accordo europeo del 2004 come «una condizione accompagnata da sofferenze o disfunzioni fisiche, psichiche, psicologiche o sociali, che scaturisce dalla sensazione individuale di non essere in grado di rispondere alle richieste o di non essere all’altezza delle aspettative».
I destinatari I datori di lavoro e i responsabili della prevenzione, ma anche i medici competenti e i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza dovranno attuare un programma di valutazione dei rischi, anche dovuti a stress, che coinvolgono tutti le categorie dei lavoratori: cioè dai quadri ai dirigenti, dagli impiegati agli operai, nelle aziende pubbliche e nelle aziende private.
La scadenza
Secondo le linee guida tracciate dal ministero, il termine del 31 dicembre 2010 è inteso come la data di avvio della valutazione dei rischi, che va preparata in questi giorni. La tempistica di applicazione e la programmazione operativa potranno sfociare oltre tale data nel 2011 ma i termini conclusivi vanno indicati nel documento di valutazione.
Il test
La valutazione dei rischi da stress va fatta non sui singoli lavoratori ma su gruppi di persone di tutte le categorie dei lavoratori, che rientrano in classi omogenee e che sono sottoposte agli stessi tipi di rischio. Per esempio gli addetti a certe lavorazioni oppure per fasce di orario, come avviene per i turnisti.
Per l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, le ragioni dello stress da lavoro sono molte. L’aumento dell’incertezza e della precarietà, la paura per la perdita del posto, alti carichi di lavoro, le pressioni del management, le forti emozioni, il senso di inadeguatezza ma anche il mobbing e le prepotenze sui luoghi di lavoro, insieme allo squilibrio tra vita e lavoro sono le cause principali della patologia. Da qui la necessità di individuare le fonti di rischio, organizzative e produttive ma anche culturali, e avviare un piano di rimedi e di interventi.
Gli orari
Anche la distribuzione degli orari di lavoro, l’intensità dei ritmi, gli straordinari che esistono in alcune imprese nonostante le difficoltà economiche, le pressanti richieste di aumentare il contributo lavorativo delle persone per superare la crisi costituiscono un’occasione di stress. Come rileva Aldo Marchetti, docente di relazioni industriali e autore di un interessante volume sul tempo di lavoro («Il tempo e il denaro. Saggi sul tempo di lavoro dall’età classica all’epoca della globalizzazione», pubblicato da F. Angeli), l’orario di lavoro è uno dei temi storicamente più trattati dalla contrattazione tra le parti: «Oggi, dopo le campagne per la riduzione degli orari, assistiamo a un aumento del tempo di lavoro delle persone e a un’intensità maggiore, dovuta a obiettivi di produttività e paradossalmente all’uso delle nuove tecnologie, che anziché diminuirli hanno prolungato gli orari. Infine, la globalizzazione pone il problema della concorrenza tra un’Europa e un Occidente dei diritti e i Paesi entranti come nuovi competitor, i cui orari sono di superiori ai nostri». Uno stress da competizione tra sistemi, con tanto di «dumping delle regole», che influisce pesantemente sulle condizioni di lavoro e aumenta lo stress.
In Europa la malattia coinvolge 40 milioni di persone, con costi oltre i 20 miliardi