Prove di welfare alla milanese

14/05/2002

16 maggio 2002 – N.20

ATTUALITÀ
ARTICOLO 18 E DINTORNI DOVE TRIONFA LA CONCERTAZIONE



Prove di welfare alla milanese

Nel capoluogo lombardo la Cgil torna al tavolo delle trattative insieme con Comune e Assolombarda. E sigla un accordo per il rilancio dell’occupazione. Dove (per ora) non si parla di flessibilità. Ma si avvia un progetto più ambizioso. Federalista.


di 
 
SANDRO MANGIATERRA
10/5/2002

Per carità, nessuna rottura con la linea nazionale. Solo che Roma è Roma, Milano è Milano». Usano praticamente le stesse parole Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro meneghina, e Michele Perini, presidente dell’Assolombarda. La preoccupazione di non alimentare spaccature con i rispettivi fronti, della Cgil e della Confindustria, che si fronteggiano a muso duro sul tema della flessibilità, è evidente. Eppure, sotto il Duomo qualcosa di nuovo, se non di dirompente, rispetto al muro contro muro fra le parti sociali di questi mesi, è davvero accaduto.
Giovedì 2 maggio, sotto la spinta del sindaco Gabriele Albertini (di centrodestra, è bene ricordarlo), Panzeri e Perini (insieme con i rappresentanti di Cisl e Uil e delle altre associazioni di categoria) si sono ritrovati a sottoscrivere l’Intesa per il lavoro di Milano e provincia.
Un’autentica riconciliazione, visto che la Cgil non aveva siglato il patto precedente, quello del 1° febbraio 2000. Panzeri si era alzato all’ultimo momento dal tavolo delle trattative. «Vengono lesi i diritti dei lavoratori» urlò. E quell’urlo e quello slogan tutto incentrato sulla difesa dei diritti approdarono puntualmente a Roma. Anzi, c’è chi assicura che proprio il caso Milano sia all’origine di tutte le rigidità di Sergio Cofferati.
Ora Panzeri a quel tavolo si è riseduto. Per mettere la sua ambita firma in calce al nuovo accordo.
Che se per il momento appare assai generico, basato più su obiettivi e principi che su strumenti concreti per raggiungerli, è senza dubbio foriero di sviluppi importanti (riquadro qui a destra). Sviluppi che molti ritengono (e auspicano) esportabili anche a livello nazionale. Sempre che si voglia smettere con i conflitti a ogni costo.

Che cosa è cambiato, dunque, all’ombra della Madonnina? «Per prima cosa» spiega Panzeri «tutti si sono resi conto che senza la Cgil non si va da nessuna parte, nessun accordo è possibile». Deve averlo capito perfettamente Albertini. Che proprio all’Assolombarda, già un anno fa, il 12 giugno 2001, aveva ammesso: «Il patto per il lavoro è fallito». Un monito a non assumere posizioni troppo dure rivolto ad Antonio D’Amato, presente in sala. Nello stesso tempo, un segnale di disponibilità a rivedere l’intesa inviato a Cofferati e compagni. Ma lo ha capito bene pure Perini. «Con la Cgil» sostiene «abbiamo sempre mantenuto un rapporto costruttivo, basato sulla soluzione dei problemi concreti». E il presidente dell’Assolombarda porta come esempi l’accordo sulla conciliazione delle controversie di lavoro del febbraio scorso (per limitare i ricorsi in tribunale) e quello del settembre 2001 sulla costituzione della commissione paritetica per la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Si potrà chiamare come si vuole, confronto, dialogo, ma la sostanza non cambia: a Milano sta trionfando la concertazione. Il consenso fra le parti come presupposto delle riforme, peraltro, è sempre stato un cardine dell’azione di Marco Biagi, il promotore principale, in qualità di tecnico, del patto meneghino. Adesso, dopo la fatidica data del 2 maggio 2002, Albertini si è vantato: «Siamo più bravi che a Roma». Ha ribadito, piccato, il ministro del Welfare, Roberto Maroni: «La concertazione è finita».
Si è affrettato a evitare polemiche sul fronte confindustriale Perini: «Se Cofferati ragionasse come Panzeri, non ci sarebbe il clima di scontro». Ma tant’è, queste sembrano sfumature, giochi politici dettati dalla pesante aria che tira. La realtà è che dal capoluogo lombardo arriva un segnale forte e chiaro: gli accordi se si vogliono fare si fanno. Basta sedersi tutti intorno a un tavolo e discutere senza pregiudiziali. Meglio se non sui massimi sistemi dei vari articoli 18.
Certo, a Milano non si poteva percorrere una strada diversa. Quello che rischia di passare alla storia delle relazioni sindacali come il «patto separato» del febbraio 2000, fortemente sostenuto dalla Cisl e respinto al mittente dalla Cgil, è sfociato in appena 600 nuovi posti, ben al di sotto delle aspettative, che parlavano di almeno mille neoassunti entro i primi 12 mesi. Una miseria, in una città nella quale ogni anno il mercato produce spontaneamente da 180 a 200 mila incontri fra domanda e offerta di lavoro. «D’altra parte» puntualizza Carlo Magri, assessore al Personale «ci siamo concentrati sul reinserimento degli over 40, lavoratori con bassa scolarità espulsi dai processi produttivi per la crescente deindustrializzazione, e sugli immigrati».
Magri porta anche i dati sul rapporto «qualità-prezzo»: 4 miliardi investiti, essenzialmente per pagare il personale dello Sportello lavoro, creato ad hoc, con un costo di 8,3 milioni per ogni nuovo impiego. In iniziative analoghe a Catania e in Abruzzo (rivolte però a disoccupati generici) si sono spesi centinaia di miliardi e per i posti generati sono usciti rispettivamente 83 e 250 milioni.
Tutto indiscutibile, ma i numeri di Milano parlano comunque da soli: un centinaio di persone inserite fra gli Asa (ausiliari socioassistenziali), 150 nelle mense scolastiche in qualità di «scodellatori» e così via. Ben poca cosa. La verità è che l’assenza della Cgil ha fortemente depotenziato la portata di quell’accordo. Ergo, occorreva ricoinvolgerla.
Detto, fatto. Oggi si ricomincia da capo. Si spera con ben altri risultati. Si giungerà a Milano, partendo dal basso, con il sano pragmatismo lombardo, a istituire quegli strumenti di flessibilità di cui Cofferati non vuole nemmeno sentire parlare? Perini se lo augura. Panzeri, ovviamente, mette le mani avanti: «Sfrutteremo unicamente le norme in vigore». Su un punto, però, i due concordano. L’intesa del 2 maggio è il primo passo, un quadro di riferimento, per un progetto ambizioso: la nascita di quello che entrambi definiscono «il welfare alla milanese». «Dobbiamo elevare qualitativamente l’intero sistema cittadino, dalle infrastrutture ai servizi finanziari e alle imprese» si entusiasma Panzeri. E ancora: «Occorre fare affiorare il sommerso, anche con politiche di incentivazione fiscale, studiare il riutilizzo delle aree dismesse, ripensare gli orari di negozi e uffici pubblici, elaborare piani per la formazione. Alla fine, solo alla fine, parleremo anche di flessibilità». Potrebbe uscirne il primo esempio di federalismo nello sviluppo territoriale. La premessa dell’accordo del 2 maggio, d’altronde, è esplicita: visto che «le innovazioni introdotte nel Titolo V della Costituzione riconoscono un ruolo crescente alle regioni e agli enti locali nella definizione e attuazione di politiche attive del lavoro»… Bello scherzo sarebbe per Maroni prendere una lezione di federalismo dagli industriali e dalla Cgil «lumbard».

(ha collaborato Daniela Fabbri)